RIDLEY SCOTT, IL GENIO VISIONARIO


«Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tahnhäuser... e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. E' tempo di morire».

La battuta d’uscita di Roy/Rutger Hauer da Blade Runner sintetizza molto bene lo spirito che permea la produzione di Ridley Scott, regista completo e versatile che può essere paragonato a Kubrick per le sue incursioni in qualsiasi genere cinematografico, quasi tutte coronate da successo di pubblico e critica.

Nato in Gran Bretagna a South Shields nel 1937, Scott inizia la sua folgorante carriera nella televisione, prima come scenografo e in seguito come regista, realizzando telefilm di successo e specializzandosi in seguito nel settore pubblicitario attraverso una serie di fortunati spot. Scott debutta al cinema con I Duellanti - adattamento di un racconto di Joseph Conrad che consacra definitivamente al grande schermo i protagonisti Keith Carradine e Harvey Keitel – aggiudicandosi il premio speciale della Giuria al Festival di Cannes quale rappresentante dell’Inghilterra.

Il successo de I Duellanti gli permette di entrare a Hollywood dalla porta principale, dirigendo nel 1979 l’indimenticabile Alien, che segna un’impronta indelebile nella storia del cinema fantascientifico, così come dieci anni prima aveva fatto Kubrick con 2001: Odissea Nello Spazio.

Il concetto tradizionale di cinema fantascientifico viene superato e ampliato da Ridley Scott in un complesso intreccio di riferimenti culturali e d’implicazioni psicanalitiche, senza disdegnare incursioni nel genere horror. La protagonista di Alien acquisisce spessore, divenendo molto più di un semplice tassello determinante per lo sviluppo della storia. L’emancipazione della figura femminile in elemento portante dell’intreccio costituisce un fattore di per sé innovativo che verrà sviluppato nella produzione successiva del regista, in particolare con Thelma and Luise, road-movie tutto al femminile visto interamente dalla prospettiva delle donne.

Lo sviluppo della figura femminile nel contesto del genere fantascientifico tocca l’apice in stilemi ben delineati col suo capolavoro, assurto agli onori di cult-movie universalmente riconosciuto da critica e pubblico: Blade Runner. Scott non ha realizzato semplicemente un film di fantascienza tout-court, denso di effetti speciali sapientemente dosati e mai eccessivi, in una cornice scenografica da antologia in cui prende corpo un cast in stato di grazia che interpreta una personalissima trasposizione del romanzo di Philip Kindred Dick Do Androids Dream Of Electric Sheep? amplificata nei passaggi salienti dall’indimenticabile colonna sonora di Vangelis. Blade Runner non si limita ad essere un’opera sui generis accuratamente confezionata, ascrivibile per certi versi al genere noir in chiave fantascientifica, ma - nella breve tragica esistenza dei replicanti - rispecchia la fugacità del genere umano e ne diviene asciutta metafora: proprio in questo assunto topico risiede l’irripetibile unicità di un capolavoro assoluto.

Non a caso, Ridley Scott ha sempre categoricamente rifiutato di realizzare sequel dalle sue opere, preferendo consacrarne l’irripetibilità anche a costo di dover rinunciare alla prospettiva di offerte vantaggiose e di redditizi incassi al botteghino. (Ad onor del vero, Scott ha appena annunciato il progetto del prologo di Alien, Untitled Alien Prequel, la cui uscita sugli schermi è prevista per il 2011, salvo slittamenti verso la tanto conclamata fine del mondo del 2012: ce la farà zio Ridley?)

L’impegno e la serietà che Scott infonde in ogni suo film trasudano da tutti gli elementi che lo compongono: regia, scenografia, cast, fotografia, montaggio, colonna sonora, tutti supervisionati e curati scrupolosamente dal regista, orientato verso il grande spettacolo - sofisticato nell’impianto e colto nelle implicazioni - abile e incontrastato maestro nel creare ambientazioni e atmosfere grondanti significati.
L’Umanesimo è senza ombra di dubbio marchio di fabbrica inconfondibile per un regista come Scott, in perenne odore di sperimentazione. Senza indulgere in paragoni forzati, si potrebbe affermare che - come la presenza di Pirandello era palpabile dietro ai suoi molteplici personaggi - così Scott si fa paladino delle umane vicende, ponendole al centro delle proprie opere e focalizzando i valori autentici per cui valga la pena vivere.

«Mentre stavo girando Il Gladiatore, molti ridevano: adesso stanno preparando un sequel» - afferma con orgoglio il regista, reduce da un’ulteriore incursione storica con Le Crociate, dopo il sontuoso e forse un tantino pretenzioso 1492: La Conquista Del Paradiso con un intenso Gérard Depardieu. Tali lungometraggi - accomunati tra loro da un gigantismo per immagini di rara eleganza - sono improntati alla figura dell’eroe senza macchia, leale, generoso, coraggioso, poco incline a scendere a compromessi e pronto a sacrificarsi in nome della verità: Leitmotiv che ricorre frequentemente nelle opere di matrice storica.

Una filmografia di tutto rispetto quella di Ridley Scott, che nel 2003 ha sperimentato una divertente incursione nella commedia con l’ottimo Matchstick Men / Il Genio della Truffa, avvalendosi ancora una volta di un cast più che dignitoso (Nicolas Cage, Sam Rockwell e la straordinaria attrice esordiente Alison Lohman) per raccontare una storia lineare e al contempo paradossale dai risvolti tragicomici, che focalizza nevrosi e alienazioni dell’età contemporanea anche avvalendosi del talento istrionico di un inimitabile Nicolas Cage.

Molti rimproverano a zio Ridley l’eccessiva densità filmica degli ultimi anni, che sostengono vada a discapito della qualità. Per certi versi non si tratta di una disamina del tutto sfasata, se si tiene conto anche della sua fervida attività di produttore cinematografico e televisivo (e il pensiero corre all’ottima serie TV Numbers), tuttavia lavori come Un’Ottima Annata (2006), American Gangster (2007), Nessuna Verità (2008) rivelano un impegno costante nella ricostruzione di ambienti (Body of Lies), nella documentazione storica (American Gangster), nonché preziose incursioni negli universi di una comicità a delicate tinte pastello (A Good Year).
Siamo in attesa di degustare quella che si annuncia come la sua personalissima versione di Robin Hood (i cui panni attillati sono indossati dall’ormai fido collaboratore Russell Crowe, visibilmente dimagrito appositamente per il ruolo) già in fase di post-produzione e la cui uscita in Italia (salvo slittamenti dell’ultima ora) è prevista nella primavera del 2010.

Non dimentichiamoci comunque che stiamo parlando di un regista ultrasettantenne, la cui fervida attività è da imputare (oltreché ad una sana passione) ad una straordinaria energia! Se si esclude qualche piccolo inciampo in opere francamente improponibili come Soldato Jane e Black Rain (che - malgrado l’indubbia suspense – si rivela quale fotocopia sbiadita di Blade Runner, a cominciare dal titolo); Per tacere del bizzarro Legend - che saccheggia confusamente l’immaginario fantasy anglosassone, destando meraviglia in virtù dei maestosi effetti speciali e delle gotiche ricostruzioni ambientali più che per l’organicità di trama e personaggi – chi scrive si sente di affermare, senza esitazioni né ripensamenti di sorta, che i lungometraggi di Ridley Scott «non andranno perduti come lacrime nella pioggia,» ma imprimeranno tracce indelebili nell’immaginario cinematografico contemporaneo.



Fonti

Nuovo Dizionario Universale Del Cinema
Di Fernaldo Di Giammatteo
Editori Riuniti

©® Annalisa/Agosto 2005
Riveduto & Corretto: Giovedì 18 settembre 2008
Riveduto & Corretto: Venerdì 27 novembre 2009
Riproduzione Riservata