IL GIOVANE FAVOLOSO
(Italia, 2014)
di Mario Martone
Elio Germano
Michele Riondino
Massimo Popolizio
Anna Mouglalis
Valerio Binasco
Paolo Graziosi
Iaia Forte
Sandro Lombardi
Raffaella Giordano
Edoardo Natoli
Isabella Ragonese
Federica De Cola
Giacomo Leopardi
Antonio Ranieri
Monaldo Leopardi
Fanny Targioni-Tozzetti
Pietro Giordani
Carlo Antici
Signora Rosa
Don Vincenzo
Adelaide Antici Leopardi
Carlo Leopardi
Paolina Leopardi
Paolina Ranieri


L'Urlo

Venerdì 24 Ottobre alle 21.00 il regista Mario Martone era presente al cinema America di Genova per introdurre il film, peraltro già uscito nelle sale da una settimana. Ho colto l’occasione per stringergli la mano e chiedergli quanto fossero durate le riprese. Con atteggiamento pacato e sereno, Martone mi risponde che ha girato per 12 settimane, con un lungo lavoro preliminare.

La seconda visione de Il Giovane Favoloso mi apre nuovi scenari e rivela sfumature che non avevo colto ad un primissimo esame.

L’impressione a caldo era che Martone avesse oltremodo accentuato l’handicap fisico di Leopardi, caricando lo spleen, evidenziando in modo eccessivo la dicotomia tra spirito e apparenza (le donne in particolare lo disprezzano, oppure lo ammirano sul piano intellettuale finendo però per evitarne il contatto fisico, neanche fosse stato un appestato).

Ricordo bene che ai miei tempi (quando si comincia a usare questa espressione significa che si sta invecchiando) i testi di letteratura non menzionavano alcuna malattia specifica per il poeta di Recanati, mentre i prof. ribadivano con forza che gracile aspetto e salute cagionevole fossero da imputare ai lunghi anni di «studio matto e disperatissimo»

trascorsi chino sui libri della pregevole biblioteca paterna, con l’unico svago e conforto datogli dalla compagnia degli adorati fratelli Paolina e Carlo.

Invece su un Cine-Forum che frequento da qualche anno, un giovane utente preparatissimo (Alessandro) mi ha fatto subito notare che «Leopardi era davvero un freak, perché soffriva di una grave forma di tubercolosi, molto probabilmente il morbo di Pott, che inizia a svilupparsi in una specifica vertebra per poi diffondersi anche ad altre. Nel progredire della malattia, la distanza delle vertebre si riduce sempre di più fino a collassare, rendendo necessario un rapido intervento. Fra i sintomi (oltre al dolore alla schiena, alle gambe e alle braccia) si produce artrite, paraplegia e altri deficit neurologici, ad esempio un annebbiamento della vista. Altri sintomi sono febbre, anoressia, perdita di peso e sensazione generalizzata di debolezza (soprattutto alle gambe). La deviazione della colonna vertebrale - che determina bassa statura se il soggetto ne è colpito durante l'adolescenza - e la cosiddetta "gobba" - che spesso in passato veniva erroneamente attribuita alla scoliosi - provocano problemi cardiaci e respiratori, quali edema polmonare e asma. La triade di Pott è costituita da: dolore, gibbo e paraplegia».

Alessandro ha completato il suo intervento aggiungendo considerazioni davvero interessanti. Secondo lui «è impossibile scindere l'uomo dal poeta» poiché «nella formazione di un artista incidono tanti fattori, in primis la famiglia. Leopardi era sicuramente un genio dalla nascita, ma è logico che la sua creatività si sia indirizzata maggiormente verso riflessioni più cupe anche per via della sua vita sofferta. Detto questo, Leopardi era di famiglia nobile, quindi se avesse voluto avrebbe trovato facilmente moglie nonostante l'aspetto. Il fatto che molto probabilmente sia morto vergine lascia intendere che il poeta non abbia proprio voluto e potuto vivere la propria sessualità e questo va ricercato indubbiamente in una patologia psichica. Ignorare tutte queste cose e parlare solo di "quanto sia bello e brillante il suo pensiero filosofico" sarebbe stato oltremodo superficiale. Martone aveva di fronte un'occasione ghiotta, quella di scandagliare da più punti di vista un animo tanto complesso e interessante e non si è tirato indietro, malgrado sagge mancate prese di posizione».

«Se ci fate caso, nel film si parla veramente poco del pessimismo cosmico, mentre si privilegia sottolineare come Leopardi in realtà abbia avuto sete, fame di vita. Quello che ne emerge (a differenza di come lo insegnano a scuola) è il ritratto di un uomo/ragazzo geniale, annichilito da problemi di salute e dai bigottismi dell'epoca, che nonostante tutto cerca un proprio ruolo, un proprio spazio "vitale" all'interno del mondo.

La sceneggiatura di Martone è rimasta bene in equilibrio, portando lo spettatore a pensare che per forza di cose il pensiero del poeta sia stato condizionato dalla sua vita ma che malgrado questo sia perfettamente geniale, autentico, rock. Quella di Leopardi è stata una personalità complessa e sarebbe stato quasi impossibile raccontarla senza ambiguità».

Che cosa potrei aggiungere a una disamina così attenta e di una precisione calligrafica, soprattutto se fatta da un giovanissimo? Chapeau!

Per parte mia posso solo aggiungere che – per come lo descrive Martone, delineandone tratti inusuali e perfino di grande simpatia - Leopardi sembra uscito dalla penna del (coevo) Manzoni. Al pari della sventurata Gertrude, il destino del giovane Giacomo pare già stabilito dal conte zio Carlo Antici (Paolo Graziosi) che voleva per lui una carriera ecclesiastica, mentre il severissimo padre Monaldo

(un espressivo Massimo Popolizio) - consumato da una morbosa gelosia verso il giovane figlio talentuoso - preferisce tenerlo segregato in casa a studiare, perché «anche da una finestrella piccola si possono vedere grandi cose».

Ma la sete di vita, di esperienze, la disperata tensione verso l’esterno, il bisogno di trasmettere agli altri il proprio pensiero, trascritto sulle famose «sudate carte» e custodito (grazie al Cielo) con grande cura, spingono il giovane poeta fuori dalle mura paterne e lontano dalla freddezza materna (ripresa poi da Martone nella figura della Natura Matrigna, in una sapiente digressione di stampo freudiano) prima di nascosto e infine allo scoperto (in un salto temporale di dieci anni nella visione del regista napoletano). In un primo tempo Leopardi si reca a Firenze presso i salotti letterari presieduti dal suo mentore Pietro Giordani

(Valerio Binasco, anche lui presente in sala assieme alla sceneggiatrice Ippolita Di Majo, nonché moglie del regista) dove però le sue opere in versi non trovano l’accoglienza sperata; poi approda a Roma e infine a Napoli, sempre accompagnato e sorretto dall’amico Antonio Ranieri (Michele Riondino)

e dalla di lui devota sorella (Federica De Cola). Napoli città bramata ma infine detestata da Leopardi, che riserva parole durissime ai suoi abitanti, definendoli «Pulcinelli ladri e fannulloni ad ogni ceto sociale»;

terra arida scossa fin nelle viscere dal Vesuvio, che durante un’improvvisa esplosione lavica ispira al poeta la visione della Ginestra quale metafora dell’umana gente, che malgrado ogni avversità trova la forza di crescere nei deserti e si piega all’ostilità della Natura (che da Matrigna diviene Nobile).

Avvalendosi della pregevole colonna sonora in chiave moderna copyright Sascha Ring, Martone delinea la graduale metamorfosi del pensiero filosofico di Leopardi attraverso le tappe progressive del suo viaggio (interiore prima ancora che geografico) sorretto da un Elio Germano straordinario che coglie ogni sfumatura del tormentato poeta, riuscendo a dipingerlo in tratti di arguta simpatia anche grazie a dialoghi pungenti e sagaci e destando enorme empatia e partecipazione al destino infausto di uno dei più grandi incompresi di ogni tempo e luogo.

©® Annalisa Ghigo
Domenica 26 Ottobre 2014
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