Die Wand
(Austria/Germania 2012)
di Julian Pölsler
Martina Gedeck
Karlheinz Hackl
Ulrike Beimpold
Donna
Hugo
Luise


L’io da se stessi

Tratto dal romanzo di Marlen Haushofer, il lungometraggio di Julian Pölsler (regista austriaco noto per lo più in patria) descrive con dovizia di particolari in un ritmo lento e cadenzato (esattamente come nel romanzo) l’angosciata e angosciosa percezione d’improvviso isolamento della protagonista, resa in ogni intima sfumatura espressiva da un’intensa Martina Gedeck (già tormentata Christa-Maria Sieland ne Le Vite degli Altri, ma apparsa anche in Treno di Notte per Lisbona di Bille August e in Anni Felici di Daniele Luchetti).

Recatasi in villeggiatura in una stupenda località montana (per la precisione Salzkammergut in Austria) presso la baita dei cugini, la donna stringe un legame affettivo col fido cane Luchs del cugino Hugo, che da quel momento diventa il suo cane. La protagonista - che non ha nome e parla in prima persona lungo tutto il racconto in perenne voce-off - durante una passeggiata esplorativa alla ricerca dei cugini, scesi in paese e mai rientrati, s’imbatte inaspettatamente in una barriera invisibile, trasparente e invalicabile, oltre la quale ogni essere vivente è impietrito, fermo nell’atto che stava compiendo, calcificato in una morte terribilmente inspiegabile.

Allo stordimento iniziale, seguito da una fase di profonda inquietudine e disperazione, si sovrappone l’irrinunciabile forza dell’istinto di sopravvivenza unito al senso di responsabilità verso le creature animali, di cui la donna si circonda anche per combattere il senso di schiacciante e ineluttabile solitudine con cui deve per forza misurarsi.

Martina Gedeck esplora con sensibilità artistica e umana partecipazione ogni singola fase dell’evoluzione psicologica della donna, che percorre un’intera gamma di emozioni: dalla disperazione

ad una tormentata fase di accettazione permeata da un senso di speranza,

fino al raggiungimento di una pace interiore mai esplorata prima,

per poi culminare in una raggelante rivolta armata contro un inaspettato quanto violento esemplare di uomo inselvatichito.

Dall’analisi del romanzo come del film emergono molteplici piani di lettura, in particolare l’interpretazione in chiave psicologica, dove la protagonista pare ergere un muro tra sé e gli altri, calata in un contesto autobiografico di alienazione contro il sesso maschile, rifiutato a priori. Al contempo però si evince lo spettro di sensazioni tutte al femminile che volge alla riflessione contemplativa sulla vita e all’accettazione di ogni responsabilità verso gli animali.

Come da molte pellicole teutoniche emerge anche qui il dolore latente del popolo tedesco che si porta dietro l’inevitabile peso del suo passato, permeandone più o meno volontariamente anche il racconto, che procede lentissimo e inesorabile nel diario diligente della donna che pare ritrovato dalla scrittrice

e che scandisce un tempo a sua volta pietrificato in alcuni passaggi d’insopportabile pedanteria. Nel complesso tuttavia, die Wand (letteralmente = la parete) è un’interessante riflessione filosofica sul bene e sul male, sulle decisioni che si è costretti a prendere, sul destino ineluttabile del genere umano.

©® Annalisa Ghigo
Martedì 7 Ottobre 2014
Tutti i Diritti Riservati


Commenta sul Forum