AMERICAN HUSTLE
(U.S.A. 2013)
di David O. Russell
Christian Bale
Bradley Cooper
Amy Adams
Jennifer Lawrence
Jeremy Renner
Louis C. K.
Jack Huston
Michael Peña
Robert De Niro
Irving Rosenfeld
Richie DiMaso
Sidney Prosser
Rosalyn Rosenfeld
Sindaco Carmine Polito
Stoddard Thorsen
Pete Musane
Sceicco Abdullah
Victor Tellegio


Oltre la Maschera

Il regista newyorkese assembla un cast formato da attori e attrici provenienti dai precedenti due film ( The Fighter e Il Lato Positivo ) rendendoli suoi attori-feticcio e confezionando un’opera riflessiva, divertente, sfrenata allo stesso tempo, impegnata ma che non si prende troppo sul serio.

American Hustle – titolo che in italiano potremmo benissimo tradurre Intraprendenza Americana – racconta la storia di Irving Rosenfeld, falsario scaltro e geniale (un sempre più grande Christian Bale con parrucchino, ingrassato venti chili per il ruolo) che si infiltra con astuzia nel tessuto sociale truffando a destra e a manca con la collaborazione della disinibita Sidney Prosser, avvolta in abiti dalle scollature vertiginose, che si spaccia a sua volta per sofisticata Lady inglese.

L’incontro tra i due avviene durante un party e sfocia in passione sfrenata, fino a quando l’agente FBI Richie DiMaso scopre i loro traffici e li obbliga a collaborare con lui per smascherare alcuni politici e senatori corrotti della città.

DiMaso – oppresso da una vita mediocre e da madre e fidanzata troppo devote e apprensive – ha una forte spinta reattiva verso l’evasione in una vita di eccessi e tenta di frapporsi tra Irving e Sidney per ottenere lo scopo.

Parallelamente la moglie depressa di Irving (una strepitosa Jennifer Lawrence) sentendosi umiliata e tradita combina un casino dietro l’altro, rischiando di compromettere la delicata operazione tutta addossata sulle spalle di Irving.

Il regista gioca con il fortunato filone dei film americani à la Stangata, ma mette in risalto - piuttosto che la costruzione e l'attesa dell'inganno, della truffa elaborata in maniera sorprendente e spesso improbabile - i rapporti umani tra i personaggi, legati a maschere e inganni perpetrati prima di tutto a loro stessi e forieri di un discorso universalizzabile.
Fantastici gli attori e in particolare le attrici, specie la Lawrence, straordinaria e incontenibile nella parte della moglie svitata di Irving.

Anche l'intreccio è molto variegato e sorprendente, in una “gamma di grigi” che non divide il mondo in buoni e cattivi, ma stempera la visione in sfumature che salvano alcuni vilain e "condannano" altri personaggi in apparenza positivi. L'occhio benevolo del regista David O. Russell nei confronti del mondo e dei suoi attori è sempre presente e palpabile, proprio come afferma in una recente intervista.

Russell ha infatti un suo tratto distintivo ben riconoscibile, che accomuna il fortunato trittico ( The Fighter, Silver Linings Playbook, American Hustle ). Le sue dramedy corali sono sempre ben strutturate e pervase di allegra comicità che coinvolge tutti gli squinternati personaggi. E anche i contenuti sono sostanziali: in TF la rivalsa sotto il profilo umano e professionale dei fratelli pugili realmente esistiti; in SLP il messaggio di speranza in un futuro migliore anche per chi soffre di malattie mentali; in AH la denuncia di una società e di politici corrotti, senza dividere il mondo in *buoni* e *cattivi*, ma in una *scala di grigi* che non condanna né assolve in maniera assoluta. Le pellicole di Russell sono accomunate dalla capacità di affrontare temi serissimi in un registro leggero, nella miglior accezione del termine. Inoltre Russell sa gestire il proprio cast alla perfezione, la sua presenza dietro ai personaggi è sempre palpabile.

Russell imbastisce un bel gioco di squadra, ma è nel tono azzeccato con cui questo è portato avanti dal regista che risiede il successo dell'operazione. Il film è dotato infatti di freschezza e di una verve delirante e destabilizzante che non cala (quasi) mai lungo il suo percorso. Oltre a una discreta ed apprezzabile tecnica cinematografica, che fa il verso allo Scorsese di Goodfellas senza diventare parodia (e il grande Bob, seppur per un cameo, non poteva mancare), la direzione talvolta sembra lasciare spazio all'improvvisazione con piacevoli e inaspettati risultati, con momenti-clou e forse in futuro cult per tutti personaggi nei loro assoli.

Insomma il tema è e vuole essere serio (c'è chi ci legge, non a torto, una certa rappresentazione dell'America con i suoi valori post-Watergate, una ridicolizzazione dell'American Dream nei presupposti più ambigui), ma stranamente trova nel registro autoironico e divertito la sua riuscita, il che è un bene per un film a sua volta travestito che parla di travestimenti "per sopravvivere".

Ottima e fondamentale la ricostruzione filologica dei Seventies, con soundtrack nostalgica e appassionata, un fantastico e insieme bizzarro make-up e costumi al limite del kitsch.

©® Annalisa in collaborazione con Alessio
Sabato 5 Gennaio 2013
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