PAULETTE
(Francia, 2012)
di Jérôme Enrico
Bernadette Lafont
Carmen Maura
Dominique Lavanant
Françoise Bertin
André Penvern
Ismaël Dramé
Jean-Baptiste Anoumon
Axelle Laffont
Paco Boublard
Mahamadou Coulibaly
Kamel Laadaili
Aymen Saïdi
Soufiane Guerrab
Samir Trabelsi
Alexandre Aubry
Pascal N'Zonzi
Lionnel Astier
Mathias Melloul
Miglen Mirtchev
Paulette
Maria
Lucienne
Renée
Walter
Nipotino Léo
Ousmane
Agnès
Vito
Idriss
Momo
Rachid
Zak
Pierrot
Tit'Yves
Padre Baptiste
Fred
Jérémy
Taras


Una Nonnina Stupefacente

L'anziana protagonista che dà il titolo al film vive sola in un modesto appartamento di un quartiere popolare alla periferia di Parigi. Paulette è una vedova poco allegra ma molto intraprendente, che indigenza e solitudine hanno indurito verso il prossimo, familiari compresi.

Paulette vive sola in un contesto abitativo problematico, che pullula di pusher e di clan malavitosi. Paulette manifesta apertamente l'insofferenza verso i neri, categoria che include persino il genero poliziotto (cui si riferisce con il soprannome dispregiativo di sbucciabanane) e il relativo nipotino meticcio, chiamato scimmietta.

Paulette si confessa da un prete nero

- che a suo dire «meriterebbe di essere bianco» - ammettendo i sabotaggi attuati nel ristorante dei cinesi che hanno preso il posto della sua bottega. Paulette è sola e ancora legata al ricordo del marito scomparso, cui rivolge pensieri e preghiere. Paulette non riesce a sbarcare il lunario con la misera pensione sociale e quando i mobili le vengono pignorati decide che è giunto il momento di cambiare vita.

La svolta si materializza paradossalmente proprio nel sottobosco malavitoso tanto temuto e disprezzato, in cui Paulette decide d'infiltrarsi nello spaccio di marijuana. Sulle prime incredulo, riluttante e diffidente, il boss del quartiere che si fa chiamare Vito deve ricredersi di fronte ai risultati:

grazie alla geniale inventiva e all'innato senso degli affari, Paulette conquista un'ottima clientela,

determinando un'impennata nelle vendite con conseguenti introiti quintuplicati, che equivalgono a fior d'incassi anche per la smaliziata nonnina.

Notando l'appartamento arredato di fresco, gli abiti eleganti con cui Paulette annulla la precedente sciatteria

e colpiti dalla sua immediata generosità (prete nero incluso), parenti e amici cominciano a chiedersi da dove venga tutto quel ben di Dio.

E così nasce il consorzio di pasticceria alla cannabis, da cui anche le fidate amiche e compagne di burraco traggono nuovi profitti.

Il clamore del successo di Paulette suscita però le invidie di alcuni pusher "storici" che la minacciano e l'aggrediscono,

ma alla fine Paulette con un ingegnoso stratagemma stringe un accordo vantaggioso per tutti.

L'intraprendente anziana signora conquista un posto di tutto rispetto nel mercato locale dell'hashish e oltre al denaro guadagna stima e rispetto dei colleghi spacciatori, tanto che la sua fama dilaga oltre i confini del quartiere attirando la pericolosa attenzione del boss dei boss della mafia russa Taras, che le offre di allargare il giro di affari alle scuole elementari. Paulette si oppone fermamente alla proposta di Taras ed è proprio questa svolta narrativa a innescare grossi guai, da cui tutti escono indenni grazie alla determinazione di Paulette e al tempestivo intervento del genero-flic, con cui la nonnina riuscirà a riconciliarsi e a ricostruire gli affetti.

Nonostante alcune (in)evitabili forzature, in primis la descrizione di un milieu malavitoso un po' troppo bonario e all'acqua di rose, l'intreccio è avvincente e ben costruito, confermando la più volte accennata vitalità del cinema francese, che da soggetti semplici e in alcuni casi persino banali riesce a costruire e sviluppare storie intrise di freschezza e originalità, imprimendo le molte pellicole in uscita nelle sale di una sana dose di autenticità che non può che portare una ventata di freschezza a uno scenario cinematografico in molti casi asfittico e ripiegato su se stesso.

Malgrado il film sia tratto da un vero fatto di cronaca, Paulette è la versione femminile del Walt Kowalski di Gran Torino e non a caso le sequenze più riuscite sono quelle iniziali che ne mostrano la ruvida ma genuina intransigenza, mentre il finale - pur abilmente orchestrato e reso credibile in passaggi sequenziali concatenati e sempre avvincenti - rischia a più riprese di scivolare in un buonismo costruito a tavolino. Ma non forziamo troppo la mano e abbassiamo le pretese: dopotutto, Jérôme Enrico non è e non vuole essere Clint Eastwood, ma "solo" un timido regista televisivo, noto soprattutto in patria, che ha conquistato il pubblico francese decretando una sorta di plebiscito nazionale con un milione di spettatori - come si legge nell'interessante articolo pubblicato su MoviePlayer.

©® Annalisa Ghigo
Giovedì 13 Giugno 2013
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