LA SPOSA PROMESSA
(Israele, 2012)
di Rama Burshtein
Hadas Yaron
Yiftach Klein
Irit Sheleg
Chayim Sharir
Razia Israeli
Renana Raz
Yael Tal
Hila Feldman
Ido Samuel
Shira Mendelman
Yohai Mendelman
Rivka Mendelman
Rabbino Aharon
Zia Hanna
Esther Mendelman
Shifi
Frida
Yossi Mendelman


Rituali Sommessi

Un ritmo lento e sospeso scandisce i novanta minuti in cui si dipana una storia davvero minimale, esigua, essenziale, tutta giocata in interni sulla splendida e intensa interpretazione venata d'innocenza della protagonista Hadas Yaron, premiata al Festival del Cinema di Venezia con la Coppa Volpi come migliore attrice.

Promessa sposa a un ragazzo che neppure conosce, la giovanissima Shira, figlia minore del rabbino Mendelman, soggiace alle ferree regole impostele dalla famiglia ebrea ortodossa e attende l'imminente matrimonio con tutto l'entusiasmo della sua giovane età.

Ma la sorella maggiore Esther muore di parto dando alla luce un bimbo

e la madre di Shira, preoccupata per il destino del genero Yohai,

propone al rabbino capo di donargli in sposa proprio la figlia minore, appena rinnegata dal futuro marito. Il resto della pellicola si snoda lento e inesorabile tra primi piani insistiti sui volti tesi dei due protagonisti,

che si desiderano e si respingono in una scaramuccia quasi rituale fino all'happy ending non così scontato. Il tutto accompagnato da canti e balli intonati dai soli uomini delle famiglie durante le feste rituali, da cui le donne sono rigorosamente escluse, relegate nell'angolo più riservato della cucina.

Il titolo originale (Fill the Void = Colma il Vuoto) risuona quasi come un comandamento cui non si deve e non si può sfuggire. A soli diciotto anni, Shira è ancora una bambina, ma viene chiamata ad assolvere un compito tra i più gravosi: colmare il vuoto della perdita della sorella maggiore e quello del matrimonio del cognato, promettendo anche di prendersi cura del neonato. Le sue intime aspirazioni vengono in tal modo frustrate e annientate nella tormentosa decisione che la porterà alla scelta moralmente più giusta, ma più dolorosa per lei e per il suo destino.

L'impressione complessiva sul film è buona (la regia millimetrica, l'ottima performance del cast, la fotografia dai fuori-fuoco e dalle particolari tonalità), ma per noi miscredenti occidentali tutto questo rigore risuona un tantino eccessivo e difficile da digerire. La vita austera delle famiglie ebraiche ortodosse, subordinate al giudizio assoluto dei rabbini e alla loro buona grazia, stride con la modernità dei supermercati di Tel Aviv in cui le donne si recano a fare la spesa. La quasi totale assenza di umorismo - se si esclude il breve passaggio in cui un'anziana donna consulta il rabbino capo con una certa prepotenza per ricevere consigli sulla cucina a gas - grava per tutta la durata del film in una tensione drammatica costante che sfocia solamente nel pianto liberatorio di Shira.

P.S.: Per un'indagine più approfondita sulle dinamiche interne al film rimando all'ottima recensione di Luca Scarafile, tratta dal sito web CineQuaNonline.

©® Annalisa
Domenica 25 Novembre 2012
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