Aguirre, Furore di Dio
(Ex Germania Ovest, 1972)
di Werner Herzog
Klaus Kinski
Helena Rojo
Del Negro
Ruy Guerra
Peter Berling
Cecilia Rivera
Daniel Ades
Edward Roland
Don Lope de Aguirre
Inez
Frate Gaspar de Carvajal
Don Pedro de Ursua
Don Fernando de Guzman
Flores
Perucho
Okello


Kinski-Herzog: l'espressione del Cinema tedesco negli Anni '70/'80

L'idea del film nasce dalla lettura casuale da parte di Herzog di alcuni scritti su un certo Lope de Aguirre, vissuto all'epoca dei tristemente noti Conquistadores spagnoli. Il regista bavarese redige la sceneggiatura in soli tre giorni, inventando la maggior parte dei personaggi e degli eventi illustrati nel film. Mantiene alcune figure storiche, alterandone tuttavia ruoli e situazioni: Gonzalo Pizarro, fratello del più noto Francisco, morì circa sette anni prima della spedizione cui il film fa riferimento; il monaco Gaspar de Carvajal, anch'egli realmente esistito, partecipò a una spedizione segreta del tutto estranea a quella rappresentata.

Alquanto semplice e lineare, l'intreccio si dipana sul lentissimo racconto della spedizione del 1560 ad opera di più di mille conquistadores spagnoli, che discesero dalle Ande diretti nella giungla inesplorata alla ricerca del mitico El Dorado. Don Lope de Aguirre (interpretato con allucinata fissità da un prorompente Klaus Kinski,

qui alla prima di una lunga serie di tumultuose collaborazioni con Herzog) prende parte alla spedizione, guidata in un primo tempo da Don Pedro de Ursua, ben presto spodestato da Aguirre, che assume il comando imponendo ai suoi soldati quale sovrano del Nuovo Mondo Don Fernando de Guzman, detronizzando Filippo II di Spagna in modo farsesco e del tutto arbitrario.

Il racconto scorre lento, stridendo con le rapide del fiume che travolgono una delle quattro zattere utilizzate per l'impervio guado. I dialoghi surreali sono chiara metafora della follia dell'impresa, volta come noto a sterminare le popolazioni locali per depredarle delle immense ricchezze.

Le riprese furono eseguite in ordine più o meno cronologico, in primis perché Herzog riteneva essenziale che la troupe (che si esprimeva in inglese ma fu ridoppiata in tedesco) sperimentasse ogni singola svolta filmica sulla propria pelle. Le difficoltà dello staff nel girare il film non furono cosa da poco e persino gli incidenti realmente intercorsi vennero filmati e inseriti nel copione. Questo anche per via del budget troppo basso, che non permise di adottare particolari effetti speciali, che tuttavia il regista avrebbe rifiutato.

Le riprese paiono eseguite da un dilettante, con macchina a mano instabile, inquadrature sghembe che scivolano repentinamente fuori campo e rendono il girato (non si sa fino a che punto volutamente) equiparabile a un filmato amatoriale.

Vera protagonista assoluta della pellicola (pare scomparsa misteriosamente prima di essere spedita nei laboratori europei e in seguito ritrovata all'aeroporto di Mexico City) è la natura selvaggia e incontaminata, esaltata da una fotografia luminosa e da colori quasi accecanti, natura che riecheggia sulla flebile colonna sonora: in un primo tempo il paesaggio fa da sfondo immobile e silenzioso alle tormentate vicende narrate, ma ben presto prende il sopravvento sui sempre più sparuti e smarriti membri della spedizione, trasportati dalle correnti verso una fine orribile. Unico superstite resta proprio Aguirre, isolato sull'ultima zattera rimasta, che impazzisce infestato da un'orda di scimmiette pestifere.

Il messaggio del film è inequivocabile e universale e allude alle feroci e inutili stragi compiute in ogni tempo in nome di Dio per brama di potere e avidità di denaro. Il protagonista maschile Klaus Kinski offre la prima grande performance al timone di Herzog, con cui tuttavia i rapporti furono sempre burrascosi anche sul set, per via delle famigerate intemperanze di un carattere ribelle.

L'intensità espressiva del volto di Kinski esprime la rabbia e il dolore di un'adolescenza tormentata vissuta allo sbando, frutto di un'esistenza travagliata spesso ai margini, che tuttavia ne fece un'icona del Cinema tedesco degli Anni '70 e poi di quello francese e italo-americano (come dimenticare il suo incisivo cameo di Juan Wild, scagnozzo della banda dell'Indio in uno dei capolavori di Sergio Leone, il celebre Spaghetti-Western Per Qualche Dollaro in Più del 1965?)

La sua recitazione intensa e terrificante, spesso sopra le righe, fece dire di lui a Jean Cocteau: «Ha la faccia di un bambino, ma al contempo un'espressione brutale, che delinea toni multiformi da un estremo all'altro in un attimo: non ho mai visto una faccia simile». Per certi versi questa descrizione lo accomuna ad alcuni attori contemporanei: l'espressività cangiante, repentina e composita rimanda senz'altro a Christian Bale e a Rutger Hauer, anche quest'ultimo borderline nella vita, dotato di enormi potenzialità e di grande talento ma risucchiato per avidità di denaro (come lo stesso Kinski) in produzioni mediocri e di dubbio gusto.

Kinski incontra Herzog proprio durante le riprese di Aguirre e - malgrado il rapporto tormentato e instabile instaurato col regista - partecipa ad altri suoi tre film: Nosferatu, Principe della Notte e Woyzeck (1979); infine, dopo aver preso parte ad uno stuolo di film mediocri, alcuni divenuti veri e propri scult, nel 1982 Kinski è protagonista di Fitzcarraldo. La turbolenta carriera culmina nel 1989 con il discutibile Kinski Paganini da lui stesso diretto, ove incarna il celebre violinista Genovese, di cui si considera incarnazione vivente. Muore due anni dopo in circostanze misteriose (benché le cronache dell'epoca indicassero il decesso per infarto).

Klaus Kinski e Werner Herzog hanno segnato un punto di riferimento imprescindibile per il Cinema, non solo tedesco. Tra i registi contemporanei, Herzog rappresenta poi un caso a sé stante. I suoi film, fantasiosi, esasperati, allucinati, indagano con tensione titanica nelle profondità dell'animo umano, spingendosi fino e oltre i limiti di ogni possibile sofferenza. Secondo gli autori della pregevole enciclopedia del cinema The Movie della Orbis Publishing Ltd. London - edita in Italia nel 1983 a cura dell'Istituto Geografico De Agostini S.p.A. - il regista di Monaco di Baviera incarna un'espressione registica al limite: «Herzog ha improntato il suo cinema di un marchio di fabbrica inconfondibile, scaturito da una combinazione di fattori eterogenei, quali: attrazione per il rischio estremo; percezione della fisicità; concezione del fatto filmico come sfida a se stesso. Il suo stile inconfondibile rispecchia la tradizione romantica, antiborghese e antirazionale, profondamente animata da un'aura di pathos che sottolinea bellezza e ostilità del mondo naturale».

©® Annalisa
Giovedì 6 Settembre 2012
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