HUGO CABRET
(U.S.A. 2011)
di Martin Scorsese
Asa Butterfield
Ben Kingsley
Chloë Grace Moretz
Sacha Baron Cohen
Ray Winstone
Emily Mortimer
Christopher Lee
Helen McCrory
Michael Stuhlbarg
Frances de la Tour
Richard Griffiths
Jude Law
Hugo Cabret
Georges Méliès
Isabelle
Ispettore Ferroviario
Zio Claude
Lisette
Monsieur Labisse
Mamma Jeanne
René Tabard
Madame Émilie
Monsieur Frick
Papà di Hugo


Voyage dans le Cinéma

Classe 1942, zio Martin non finisce mai di stupire e ci regala una versione in 3D non di un film di animazione, ma di un film drammatico con attori in carne e ossa, benché tratto dalla graphic novel La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick, lontano parente di David O' Selznick, storico produttore di King Kong (1933) e Via Col Vento (1939).

Nella migliore tradizione del cinema muto ma non solo, Scorsese intesse un racconto intriso di passaggi comici e sequenze commoventi, che si compenetrano a vicenda e quasi si fondono gli uni alle altre, divenendo complementari. La storia è alquanto semplice e lineare (anche in questo caso nella migliore accezione del cinema d'altri tempi) e narra di Hugo Cabret, orfano di padre prematuramente, che vive nella Parigi Anni Venti nascosto tra i complicati ingranaggi dell'orologio della stazione ferroviaria,

con l'unica compagnia di un automa lasciatogli in eredità dal padre,

perennemente braccato dal dobermann dell'ispettore ferroviario a caccia di orfani da spedire al riformatorio.

La missione di Hugo è aggiustare orologi e meccanismi inceppati: per questo rubacchia utensili e oggetti di vario genere dal chiosco di un ometto dimesso che ripara giocattoli. Ma un bel giorno l'ometto lo coglie in flagrante, gli sequestra il maltolto e il prezioso taccuino, costringendolo a lavorare per lui per ripagargli i danni. Come da copione, tra i due nascerà un'amicizia destinata a durare nel tempo e a diventare un legame ancora più forte.

Quello che Scorsese (nascosto sotto tuba, occhiali e baffoni nelle vesti scure di un fotografo di scena, concedendosi una fugace apparizione quale marchio indelebile al suo film, proprio come faceva sempre Alfred Hitchcock)

dicevo - quello che zio Martin omette di rivelare a inizio film è che il grigio ometto altri non è se non il pioniere del moderno Cinema Fantasy, vale a dire Monsieur Georges Méliès.

Dal 1896 al 1914 diresse più di 1.500 film, utilizzando tutti i trucchi dell'epoca e inventandone a sua volta, intervenendo sulla pellicola colorandola a mano e sperimentando modifiche al montaggio, alterando persino la velocità delle riprese. Suo lo storico Voyage dans la Lune del 1902, la cui immagine della capsula nell'occhio dell'Uomo nella Luna resta indelebile nell'immaginario cinefilo collettivo. Caduto in disgrazia nel 1913, distrutto da una fallimentare strategia industriale, il Nostro ritrovò Jeanne d'Alcy, un'attrice dei suoi film che sposò, ritagliandosi assieme a lei una nicchia in un negozio di giocattoli e dolciumi, per poi essere riscoperto e valorizzato dai Surrealisti nel 1930, che gli assegnarono un meritato posto nell'Olimpo del Cinema, ove risiede tuttora.

Ma riprendiamo le fila del discorso. Hugo Cabret s'imbatte suo malgrado nell'ormai anziano e disilluso Méliès, che ha rinnegato i trascorsi da cineasta e distrutto quasi interamente disegni, progetti, scenografie, pellicole. Quello che neppure Hugo può immaginare però è che i loro destini siano intrecciati da un filo invisibile ma tenace, nascosto all'interno del misterioso automa (riparato e custodito dal padre di Hugo) che per magia si anima con una chiave sottratta a Méliès,

disegnando immagini surreali. Da questa fondamentale svolta filmica si dipana la struggente rivalsa di Hugo, che culmina in un emozionante lieto fine (insperato trattandosi di Scorsese e quindi maggiormente apprezzato).

Trasportandoci a gran velocità con effetti tridimensionali sorprendenti nelle Avenue di una Parigi mai tanto scintillante e intrisa di magia, zio Martin ci introduce ad una schiera di personaggi, dai protagonisti ai comprimari, che solo in apparenza sono macchiette scontate senza spessore. Ad un'attenta analisi emerge il profilo psicologico di ognuno di loro, vittime diversificate di sfortunati trascorsi, che serbano dentro di sé tutto il dolore irrisolto di un passato mai elaborato e infine rimosso. Così come ripara con destrezza oggetti spezzati e ingranaggi distorti, Hugo riesce a ricucire gli strappi interiori di un vissuto solo in apparenza dimenticato e riposto nelle pieghe più remote della memoria, ricomponendo le tessere perdute di ogni puzzle incompiuto, quello di esseri umani fragili e alla deriva, incapaci di relazionarsi con se stessi e con il mondo intero.

Al pari del contemporaneo The Artist, concorrente nella ripida e insidiosa scalata agli Oscar, Hugo Cabret è un atto d'amore al Cinema nella sua magica essenza, esplorata anche dai due piccoli protagonisti Hugo e Isabelle (la figlia di Méliès) in estatica e trepidante scoperta da Cinema nel Cinema.

©® Annalisa
Domenica 12 Febbraio 2012
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