J. EDGAR
(U.S.A. 2011)
di Clint Eastwood
Leonardo DiCaprio
Naomi Watts
Armie Hammer
Judi Dench
Jeffrey Donovan
Josh Lucas
Damon Herriman
Michael O'Neill
Jessica Hecht
Emily Alyn Lind
John Edgar Hoover
Helen Gandy
Clyde Tolson
Anna Marie Hoover
Robert Kennedy
Charles Lindbergh
Bruno Hauptmann
Senatore McKellar
Emma Goldman
Shirley Temple


Prigioniero di se stesso

Dopo aver giganteggiato dietro la macchina da presa, misurandosi con molteplici figure umane - su cui spicca il ritratto di Nelson Mandela nel recentissimo Invictus - Mister Clint (già Dirty Harry) affronta il non facile biopic su John Edgar Hoover, controverso capo del F.B.I. (acronimo di Federal Bureau of Investigation) artefice delle moderne tecniche investigative su base scientifica a rete capillare, tra uno Stato e l'altro dell'America a cavallo tra gli Anni '20 e '70.

Dopo aver interpretato con rigore e talento svariati ruoli tra loro diversissimi, il grande Leo DiCaprio veste i non sempre confortevoli panni di essere umano tormentato, lacerato, spesso incompreso, ma soprattutto solo.

Ma chi era davvero Mister Hoover? Capo indiscusso della moderna F.B.I. (da lui fondata nel 1924 con rigida (auto)disciplina e criteri meritocratici nel lunghissimo arco di un cinquantennio) ma non solo. Il profilo umano e professionale di Mister Hoover getta un'ombra sinistra sulla Storia americana, creando i presupposti per delineare lo spaccato di un'epoca ma anche per mettere a nudo l'altra faccia di un uomo abilissimo ed efficientissimo nel chiarire intricati casi ma incapace di risolvere i propri conflitti interiori. Vessato per tutta la vita da una madre egocentrica e bigotta, che proietta sul figlio intime frustrazioni attraverso l'imposizione autoritaria di pesanti aspettative,

il devoto figlio annienta nel lavoro le intime pulsioni emotive e sessuali, sacrificando la vita privata alla professione cui dedica l'intera esistenza, in un costante e convinto senso del dovere spinto in più occasioni alle estreme conseguenze (i dossier privati, il pedantesco perfezionismo, le persecuzioni sotterranee a Martin Luther King).

Capace di slanci di altruismo (le promozioni fulminee di soggetti meritevoli) come di repentini irrigidimenti in spietata (auto)determinazione, (quando rifiuta gli inviti femminili al ballo o in una inflessibile selezione esclusiva del personale) J. Edgar soffoca nel proprio intimo una latente omosessualità (castrata in prima linea dalla madre) che finisce per esplodere incontenibile in occasione dell'incontro con colui che diverrà il suo braccio destro e resterà fedele al suo fianco fino alla morte: Clyde Tolson (un intenso Armie Hammer).

Anche la (s)fortuna gioca un ruolo decisivo nel futuro di J. Edgar: dichiaratosi in uno dei suoi slanci emotivi alla dolce ma volitiva segretaria Helen Gandy,

Edgar viene respinto con fermezza da colei che diverrà per sempre sua instancabile e fidata collaboratrice senza mai concedergli la vagheggiata intimità, trasfigurata invece in un surrogato di rapporto coniugale da ufficio (come spesso accadeva e accade tuttora tra principale e segretaria personale). Quel rifiuto gentile ma risoluto inibisce per sempre la sua attrazione emotiva e sessuale verso le donne, cui si avvicina e si concede in segreto più per convenzione che per convinzione. Solamente Clyde Tolson riesce ad abbattere quella barriera nella sincera determinazione con cui fin dal primo incontro domina con elegante disinvoltura i sentimenti di J. Edgar. Il rapporto omosessuale viene dipinto da Clint con estrema delicatezza e senza mai indulgere alla volgarità, pur mantenendo una palpabile distanza emotiva.



Parallelamente si dipanano gli eventi-chiave della politica e della cronaca che segnano la Storia americana nel cinquantennio che comprende ben otto presidenti: da Calvin Coolidge a Richard Nixon, passando attraverso i Kennedy, con cui J. Edgar ebbe rapporti assai tesi e complicati. La voce narrante di Leo DiCaprio (fruita in sala in versione originale con sottotitoli) accompagna in registri umorali alterni il fluire incessante degli eventi: la risoluta eliminazione della concreta (e non fittizia, come dimostrano i fatti) minaccia interna comunista ad opera di terroristi anarchici; la cattura di John Dillinger, Baby Face Nelson e Pretty Boy Floyd; la conquista d'importanti traguardi strategici nella tecnica investigativa: il dibattito sull'effettiva operatività in campo di Mister Hoover si scontra con lo scettico ostruzionismo del senatore Mckellar in un attacco politico diretto, riprendendo la sequenza già filmata dalla sapiente macchina da presa di Michael Mann in Public Enemies - e qui rafforzata dalla ferma tecnica registica di Zio Clint;

l'infame rapimento del figlio di Charles Lindbergh, risolto con destrezza nell'innovativa indagine tecnico-scientifica messa a punto quasi clandestinamente da J. Edgar, che tuttavia non riuscirà a salvare la vita del bimbo anche per via dell'ottuso ostruzionismo degli amministratori locali e per la diffidenza dello stesso Lindbergh, che anziché affidarsi alle accurate indagini del F.B.I. si consegna nelle sprovvedute mani di investigatori maldestri poco raccomandabili. Il tragico rinvenimento del cadavere del bimbo peserà come un macigno nell'immaginario collettivo americano dell'epoca, ma soprattutto sulla coscienza del giovane J. Edgar, che non riuscirà mai neppure ad elaborare il lutto privato della scomparsa della madre. La drammatica svolta narrativa innesca sotterranei sensi di colpa per la latente omosessualità, da sempre vissuta con intima lacerazione, finalmente libera di manifestarsi nel travestimento con i preziosi abiti muliebri della defunta madre. Quando J. Edgar intuisce che il suo tempo è trascorso decide di porre fine alla tormentata esistenza, nel cocente rimpianto di non essere riuscito a realizzare compiutamente il proprio mandato.

Malgrado definisca Hoover «protagonista di una metafora tragica sul potere, una sorta di moderno Re Lear» Zio Clint non delinea un ritratto impietoso di J. Edgar, filtrato attraverso la senile percezione di entrambi - regista e protagonista - con un raffinato trucco durato fino a sei ore ma ahimè non del tutto efficace, specie nella metamorfosi troppo marcata del giovanissimo Clyde Tolson, al secolo Armie Hammer. L'ormai anziano J. Edgar detta l'autobiografia ad un fidato redattore, talvolta giustificando l'implacabile efficienza giovanile con il nobile intento di dare sicurezza al proprio Paese e tranquillità ai propri concittadini, liberandoli dall'incubo del terrorismo e della malavita organizzata; spesso deliberatamente inquinando i fatti (proprio lui che era paladino indiscusso dell'analisi scientifica in un'incontaminata scena del crimine) per dipingersi nelle fittizie vesti di giustiziere armato, nell'anelito a quella figura di eroe senza macchia che fu per lui solamente lontana chimera irraggiungibile; sempre nel coerente impegno verso il proprio Paese, che anteponeva a qualsiasi cosa, persino alla propria felicità.

©® Annalisa
Sabato 28 Gennaio 2012
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