MELANCHOLIA
(Danimarca/Svezia/Francia/Germania, 2011)
di Lars Von Trier
Kirsten Dunst
Charlotte Gainsbourg
Alexander Skarsgård
Brady Corbet
Cameron Spurr
Charlotte Rampling
Jesper Christensen
John Hurt
Stellan Skarsgård
Udo Kier
Kiefer Sutherland
Justine
Claire
Michael
Tim
Leo
Mamma Gaby
Pastore
Papà Dexter
Capo Jack
Mastro Cerimoniere
John


Il Crepuscolo dell'Universo

L'intenso prologo intriso d'immagini sospese e angoscianti porta la firma inconfondibile di Lars Von Trier e brilla di una bellezza sfolgorante quasi stordente, accompagnato dallo splendido Preludio all'opera Tristan und Isolde di Richard Wagner. Come alla visione di ogni lavoro del controverso regista danese, l'antefatto si presta a molteplici chiavi di lettura e anche il lungometraggio nel suo insieme presenta piani paralleli d'interpretazione.

Il prologo si dipana in una sequenza d'immagini solo in apparenza fisse, che scorrono su sfondi naturalistici in lentissimo movimento, sequenza che culmina nell'orbita progressiva e inarrestabile del pianeta Melancholia verso la Terra. Come interpretare queste molteplici visioni ammaliatrici? La bellezza delle opere d'arte che sopravvive imperturbabile alla furia devastatrice della Natura? Figurine umane immobili e impotenti di fronte al Disegno Supremo del Mondo? O più semplicemente una visione onirica nell'inconscio di Justine, protagonista assoluta della pellicola? Probabilmente tutte e tre le interpretazioni potrebbero essere valide.

Non appena il prologo si conclude lasciandoci in estatica sospensione, il nucleo centrale del film si articola in due capitoli solo in apparenza distinti, giocati rispettivamente sulle due figure principali, le sorelle Justine (un'intensa Kirsten Dunst, mai tanto convincente) e Claire (Charlotte Gainsbourg, reduce dal recentissimo Antichrist). La sequenza di apertura si schiude sulla vettura della sposa radiosa di vita:

Justine scherza col neo-marito Michael nell'auto guidata da un maldestro autista che li sta conducendo alla meta della festa, l'immensa proprietà di John, facoltoso marito di Claire (un redivivo Kiefer Sutherland). Il sontuoso ricevimento è stato organizzato da Claire in meticolosa progressione: all'inizio tutto sembra procedere nella direzione preordinata, malgrado la cerimonia abbia già accumulato qualche ritardo.

Ma lentamente e inesorabilmente (così come nella traiettoria del pianeta Melancholia sulla Terra) il ritmo inizia a spezzarsi nella fragile disperazione di Justine, illusa per un solo attimo di poter imprimere alla sua vita una svolta luminosa, sia sotto il profilo professionale (l'inaspettata promozione ad art director) sia nell'ambito sentimentale (il matrimonio). Invece Justine sprofonda in una terribile depressione che la porta a distruggere ogni più rosea prospettiva: prima insulta il suo principale (Stellan Skarsgård), urlandogli finalmente in faccia tutto il suo disprezzo in uno slancio liberatorio, poi si accoppia col neo-collega, umiliando Michael. Entrambi lasciano la festa: l'ex capo infuriato, il marito respinto ancora innamorato e tristemente disilluso.

Da questa determinante svolta narrativa ogni evento precipita inesorabilmente: le immagini fluttuanti in steadycam (sancite dallo stesso regista nel manifesto Dogma 95 e forse in questo contesto usate per emulare i filmati amatoriali dei matrimoni,

suggerendo un senso di caducità ulteriore alle umane vicende) lasciano spazio (e tempo) al rovesciamento prospettico del secondo capitolo, ove chi appariva forte, determinato e pragmatico cede a tutte le proprie fragilità e chi invece aveva dato segni di debolezza rivela la propria forza interiore, scaturita dal destino ormai ineluttabile.

Forse Lars Von Trier (sempre molto imprevedibile e opinabile nelle sue sortite) vuol dirci che il genere umano, in particolare gli scienziati, (si) illudono sull'esistenza ultraterrena («Siamo soli: la Vita è solo sulla Terra e ancora per poco» sentenzia Justine) e s'industriano a imbrigliare la Natura in una struttura razionale (la cerimonia nuziale), mentre dovrebbero imparare dal regno animale, simboleggiato dai cavalli della tenuta, che vi si adeguano più saggiamente, assecondandola.

Persino il manifesto del film pietrifica l'immagine fulgida della sposa in tetra visione di morte. Così come la trilogia Europa del 1991 simboleggiava uno stato mentale più che una connotazione geografica, in fondo l'approssimarsi del Pianeta Melancholia potrebbe essere interpretato non solo nell'accezione più immediata di ineluttabile fine, ma anche nel significato recondito legato alla depressione che tutto travolge e distrugge. (1)Vai alla nota



(1)Torna al paragrafo Inclusa la carriera di Von Trier: e lo dico con sincero rammarico, considerate le sue innegabili doti artistiche, oscurate dalle sue stesse opinabili dichiarazioni che nel maggio scorso ne hanno determinato l'espulsione al Festival di Cannes e messo in forse la partecipazione ad ulteriori rassegne cinematografiche. In fondo Lars è vittima di una carente educazione; ne è la riprova la connotazione negativa dei genitori di Justine, che altri non è se non lo stesso regista: se Lars è così non è del tutto colpa sua.

Nota di merito va anche al ricchissimo cast, su cui spicca ovviamente la splendida Kirsten Dunst, aggiudicatasi la Palma d'Oro a Cannes per l'intensa performance: il suo aspetto etereo ricorda la grande e mai dimenticata Marlene Dietrich.

©® Annalisa
Mercoledì 23 Novembre 2011
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