This Must Be the Place
(Italia/Francia/Irlanda 2011)
di Paolo Sorrentino
Sean Penn
Frances McDormand
Judd Hirsch
Eve Hewson
Kerry Condon
Harry Dean Stanton
Joyce Van Patten
David Byrne
Olwen Fouéré
Shea Whigham
Cheyenne
Jane
Mordecai Midler
Mary
Rachel
Robert Plath
Dorothy Shore
Se stesso
Mamma di Mary
Ernie Ray


Penn + Sorrentino = La Strana Coppia

Paolo Sorrentino è un grande regista. Ma anche un gran furbacchione. In un mix perfetto d'ingredienti ha saputo confezionare un lungometraggio accattivante, infarcendolo della consueta perfezione tecnica (carrellate, panoramiche, soggettive sempre calibrate e dosate al punto giusto). Mentre del ralenti non ha avuto alcun bisogno, visto che il protagonista Cheyenne già da sé percorre la pellicola ricurvo in una lentezza calma e rilassata, entrando in contrasto con la roboante accelerazione di tutto ciò che lo circonda.

Cheyenne è una popstar in pensione anticipata, la cui unica occupazione è fare la spesa al supermercato e scaldare pizze surgelate per la moglie pompiere (una as usual straordinaria Frances McDormand) oltreché investire stancamente in borsa i lauti proventi della carriera discografica. Cheyenne racchiude in sé molteplici aspetti in un personaggio davvero originale e carismatico, uscito dalla magica penna della Premiata Ditta Sorrentino-Contarello (seconda solamente a quella dei fratelli Coen). Cheyenne si muove ripiegato su se stesso come un giovane precocemente invecchiato in una profonda lacerazione interiore, che affiora in tutta la sua violenza in uno dei passaggi topici del film. Cheyenne è una ex rockstar senza autostima che si rifugia come un malato autistico in una dimensione immaginaria dietro il paravento di una finta depressione; una sorta di moderno Parzifal ingenuo e infantile, racchiuso in un guscio auto-protettivo che lo isola dal mondo esterno violento e fracassone: solo l'improvvisa morte del padre lontano riesce a risvegliare l'adulto nascosto dentro di lui per riportarlo alla realtà ipotecata anzitempo, sbalzandolo di colpo in un viaggio iniziatico attraverso gli States che culminerà nella formazione del carattere, nella crescita interiore e nella svolta decisiva in una vita altra.

Il personaggio di Cheyenne è protagonista assoluto, cucito addosso a Sean Penn pur essendo ispirato nel look dark al leader dei Cure, Robert Smith. La prospettiva allettante di essere unico protagonista di una storia multiforme (unita al cachet milionario elargitogli) credo sia stata la molla principale a spingere Penn ad accettare al volo l'offerta del bizzarro ma deciso cineasta napoletano. Di questi tempi si contano sulla punta delle dita i registi che ti riempiono di soldi e di attenzioni e ti offrono un ruolo a tutto tondo accerchiato da comprimari (incisivi quanto volete, ma pur sempre relegati sullo sfondo): diciamo quindi che se Sorrentino ha battuto il ferro finché era caldo (dai tempi della premiazione de Il Divo al Festival di Cannes del 2008, in cui Penn allora presidente della giuria aveva proposto a Sorrentino di collaborare con lui) Penn dal canto suo ha colto prontamente la palla al balzo e non si è lasciato sfuggire la ghiottissima occasione di recitare in una pregiata pellicola italiana come protagonista assoluto, viziato e coccolato dall'intero staff.

A questo primo, importante ingrediente aggiungete senz'altro la presenza carismatica di David Byrne (ex leader dei Talking Heads) autore dell'accattivante colonna sonora, che appare nelle vesti di se stesso in un frammento tratto da un concerto immaginario e duetta con Sean Penn in una delle sequenze-chiave. La presenza dell'artista scozzese crea lo spunto per estendere il messaggio del film al discorso musicale e per delineare il background esistenziale di un Cheyenne solo in apparenza calmo e rilassato, in realtà intimamente tormentato dai sensi di colpa per il suicidio di un giovane influenzato da uno dei suoi testi più 'dark' (come il look attraverso cui Cheyenne somatizza il dolore). Lo scambio di battute tra Byrne e Cheyenne evidenzia quindi la contrapposizione tra Artista con la 'A' maiuscola (Byrne) e patetica popstar schiava delle mode (Cheyenne) aspetto su cui s'innestano intime lacerazioni e rimpianti del'ex divo di un pubblico per lo più adolescente e suggestionabile.

Ulteriore importante aspetto è l'introduzione della sempre attuale tematica dell'Olocausto, che innesca a sua volta l'anelito alla vendetta personale di Cheyenne per rendere giustizia al padre ebreo, umiliato da un ufficiale nazista in un campo di concentramento. L'ex ufficiale vive negli Stati Uniti sotto mentite spoglie e Cheyenne decide di stanarlo, trasformandosi in un lampo in esperto cacciatore di criminali.

Aggiungete uno stuolo di comprimari d'eccezione che riescono a delineare camei incisivi in apparizioni fugaci (l'indiano che fa l'autostop) o in tristi storie di vita (l'universo interiore tormentato di Mary; la madre del bambino obeso complessato o lo stesso cacciatore di criminali nazisti - un sempre carismatico Judd Hirsch).

Ma la ciliegina sulla torta è senza dubbio la performance a tutto tondo di un Sean Penn in stato di grazia, che sgrana gli occhi celesti in lampi di consumato sarcasmo mentre si perde in un mare d'ingenua fanciullezza, nascondendo tutta l'amara fragilità sotto folti capelli corvini cotonati e all'ombra di un calcato eye liner pronto a disfarsi alla minima emozione, pronunciando massime da antologia con voce sommessa, stridula ma al contempo infantile (apprezzata al meglio nella versione originale, ma comunque ben doppiata da Massimo Rossi, da sempre 'voce ufficiale' di Sean Penn).

Come nella migliore tradizione comica (da Charlie Chaplin a Buster Keaton) l'umorismo sotterraneo che pervade tutta la pellicola (le battute sagaci di Cheyenne, pronunciate al momento giusto come nella tempistica perfetta del ritmo musicale; il nome del gruppo rock che propone un demo a Cheyenne, The Pieces of Shit; incontri e situazioni durante il viaggio in America) si mescola e si confonde con l'amara presa di coscienza della realtà e di un mondo interiore sconosciuto (quello del padre nel suo diario) fino alla dolorosa crescita, che implica la metamorfosi di Cheyenne nel superamento della lunga fase post-adolescenziale.

Dal mixaggio sapiente di tutti i motivi sopra evidenziati otterrete un lungometraggio accattivante e originale, che resta impresso nella memoria cinefila se non altro per aver saputo sviluppare in uno stile impeccabile il multiforme racconto di formazione di un uomo alla ricerca di se stesso e delle proprie radici, in un doppio finale a sorpresa.

Ma la pellicola di Sorrentino presenta anche grossi limiti, che risiedono in buona sostanza nel mancato superamento di alcuni logori cliché nell'assunto centrale: il rifiuto della realtà da parte di Cheyenne, seppur risolto in dinamiche originali, non convince del tutto e assume fastidiosi contorni di pretesto per giustificare l'eccentricità del personaggio; la riscoperta della figura paterna fa affiorare di colpo in Cheyenne e senza alcun preavviso la bramosia di riscatto: in one word, la metamorfosi del personaggio appare eccessiva e forzata dopo anni di pacata indifferenza; lo stesso tema dell'Olocausto risulta quasi posticcio, inserito ad hoc e con astuzia per dare maggior risonanza al racconto, che avrebbe comunque avuto senso con qualsiasi atto di violenza perpetrato ai danni del padre, senza per forza chiamare in causa la Shoah. Inoltre il regista indulge a certi stucchevoli déjà-vu: la donna tormentata alla finestra che si (di)strugge di sigarette e tristezza; l'indiano on the road, che sa tanto di furba trovata posticcia dal sapore evocativo; la ragazza madre che vive per il figlio - che per giunta ci ammorba con una versione fastidiosamente stonata del motivo principale del film. Infine il regista impiastriccia la trama di trovate improbabili: il mestiere della moglie di Cheyenne, che lavora duramente come pompiere senza averne alcun bisogno, visto l'elevato tenore di vita del marito; l'idea altamente discutibile per cui solo chi è davvero adulto senta il bisogno di fumare, con la seria convinzione che chi è privo del vizio funesto resti bambino in eterno.

©® Annalisa
Domenica 6 Novembre 2011
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