SHUTTER ISLAND
(U.S.A. 2010)
di Martin Scorsese
Leonardo DiCaprio
Mark Ruffalo
Ben Kingsley
Max Von Sydow
Michelle Williams
Emily Mortimer
Patricia Clarkson
Jackie Earle Haley
Ted Levine
John Carroll Lynch
Elias Koteas
Teddy Daniels
Chuck Aule
Dott. Cawley
Dott. Nähring
Dolores
Rachel Sodano I
Rachel Sodano II
George Noyce
Warden
Guardia Carceraria
Läddis


Nel Labirinto dei Sogni

Le maestose riprese aeree di Martin Scorsese squarciano l’Oceano Atlantico al largo di Boston, nel Massachussets, e spalancano la visuale tetra e inquietante di Shutter Island, nel 1954 sede reale o immaginaria di un sinistro penitenziario di massima sicurezza per la cura e la riabilitazione di pericolosi criminali. Lo stralunato agente FBI Teddy Daniels - un sempre più grande Leonardo DiCaprio, già al suo terzo film con zio Martin, dopo Gangs of New York (2002) e The Departed (2006) - in preda al mal di mare durante la traversata in traghetto, scruta la realtà con sguardo teso e indagatore, affiancato dal collega Chuck Aule (un sempre notevole Mark Ruffalo). I due agenti sbarcano sull’isola accolti con rude diffidenza da bieche guardie carcerarie, che li conducono dagli psichiatri responsabili del manicomio criminale: il Dott. Cawley (Ben Kingsley) e il Dott. Nähring (il grande Max Von Sydow). Balza subito agli occhi la scarsa disponibilità nel sostenere i due giovani agenti federali nell’indagine per cui sono stati convocati sull’isola: scoprire il mistero che si cela dietro l’improvvisa scomparsa di una pericolosa paziente. I poco collaborativi medici nascondono segreti inenarrabili, che emergono lentamente ma inesorabilmente nel corso della concitata narrazione.

Al di là del’indubbio e indiscusso talento con cui confeziona per la prima parte un thriller degno di questo nome, costruito su una solida suspense e sulla splendida interpretazione dell’intero cast, il regista del Queens imbastisce sul romanzo di Dennis Lehane una fitta trama di colpi di scena e di continui ribaltamenti prospettici con cui a più riprese omaggia il grande Alfred Hitchcock, senza però riuscire a portarla a compimento in un impianto coerente ed omogeneo.

La storia del cinema trasuda racconti densi di cambi di lettura e capovolgimenti di prospettiva. Nei tempi più recenti, ricordiamo: Il Sesto Senso di M. Night Shyamalan; The Others di Alejandro Amenábar; A Beautiful Mind di Ron Howard; The Machinist di Brad Anderson. Nei casi sopra riportati, il colpo di scena era efficace e spiazzante, mentre ahimè non si può dire lo stesso per il frenetico thriller gotico di Martin Scorsese, che procura invece una cocente delusione. Probabilmente la responsabilità va attribuita al romanzo di Dennis Lehane, di cui lo sceneggiatore Laeta Kalogridis riporta più o meno fedelmente fatti e svolte narrative. Sta di fatto che zio Martin - attraverso splendidi flashback, svolte filmiche ad effetto, superbe sequenze oniriche dalle venature horror, atmosfere grondanti di misteri irrisolti - costruisce una potente intelaiatura di aspettative destinate a crollare nel finale.

Resta comunque valida e intatta la metafora del viaggio nelle tenebre della mente, intrapreso simbolicamente dal controverso personaggio di DiCaprio, che si aggira sempre più sconvolto e spaesato nei tetri meandri del penitenziario così come alla fine deve fare i conti con i fantasmi del proprio passato, filtrati attraverso il fitto labirinto della sua mente. Emerge una storia di colpe malcelate, dolori irrisolti, lutti e orrori mai elaborati, come spiega lo stesso regista: «Più che la malattia mentale m’interessava esplorare la diversa percezione della realtà da parte di una persona che inizia a guardare le cose da una prospettiva ogni volta rinnovata. Mi appassiona riflettere sul mistero della natura umana, sulla sua enigmaticità: quanto c’è di violento e folle in ognuno di noi?» La dottrina del regista viene espressa attraverso le parole di Warden (Ted Levine), che sintetizza in poche sapienti battute la teoria sull’istinto prevaricatore e omicida connaturato in ogni essere umano. Interessante anche il parallelismo tra sogno e incubo espresso dal Dott. Nähring nell’etimologia della parola ‘sogno’, equiparata alla ferita greca come alla frattura interiore del Traum tedesco.

Un mistero senza dubbio affascinante, ma forse ancor di più se trattato nella cornice di appassionato documentario, molto meno se spacciato per thriller dalle situazioni reali e oggettive diluite per quasi tutta la durata del film, per poi afflosciarsi senza remissione nelle pieghe più recondite della psiche e dell’animo umano.

©® Annalisa
Lunedì 8 Marzo 2010
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