DORIAN GRAY
(Regno Unito, 2009)
di Oliver Parker
Ben Barnes
Colin Firth
Rebecca Hall
Rachel Hurd-Wood
Ben Chaplin
Emilia Fox
Caroline Goodall
Fiona Shaw
Douglas Henshall
Maryam d'Abo
Jo Woodcock
Michael Culkin
Dorian Gray
Lord Henry Wotton
Emily Wotton
Sybil Vane
Basil Hallward
Lady Victoria Wotton
Lady Radley
Agatha
Alan Campbell
Gladys
Celia Radley
Lord Radley


A Society Portrait

Ormai avvezzo alla trasposizione cinematografica dei romanzi di Oscar Wilde - L'Importanza di chiamarsi Ernesto (2002) e Un Marito Ideale (1999) - Oliver Parker, londinese classe 1960, si cimenta con l'adattamento dell'opera forse più riuscita del grande romanziere irlandese: Il Ritratto di Dorian Gray.

Il risultato è un lungometraggio organico e ben strutturato, che scorre fluido nelle quasi due ore di durata, dipingendo (anche grazie allo splendido cast) un quadro nitido della società vittoriana fine Ottocento, non meno ripugnante del dipinto protagonista delle vicende narrate.

Tutti coloro che hanno avuto occasione di leggere il romanzo di Wilde ne ricorderanno il drammatico intreccio, in cui Dorian Gray, giovane rampollo dell'alta società londinese fine Ottocento, fa il suo ingresso nei salotti borghesi in qualità di illustre ereditiere del vecchio padre defunto. Negli ambienti fintamente accoglienti e concilianti de la crème de la societé, Dorian s'imbatte in numerose figure di contorno, ciascuna delle quali imprime tracce indelebili alla sua giovane esistenza: il pittore omosessuale Basil Hallward, che immortala Dorian in un elegante ritratto in cui cattura (nel vero senso del termine!) tutto il fulgore della sua giovinezza; Lord Henry Wotton, dandy permeato da una visione cinica e dissoluta della vita, vagheggiata senza mai praticarla, che prova invidia per l'avvenire brillante e intonso di Dorian e sfoga su di lui tutta la repressa frustrazione di uomo ormai decadente. Lord Wotton soggioga Dorian in un atteggiamento fintamente amichevole da mentore tentatore - venato in molti passaggi da un sottile e gradevole sense of humour, sintesi di molti celebri aforismi di Wilde - lo plagia e lo blandisce, iniziandolo alle illusorie delizie della depravazione quale mezzo per celebrare gli unici valori cui finge di credere: bellezza e giovinezza. Lo introduce alla dolce Sybil Vane, che recita nei (tetri) teatri dei quartieri poveri di Londra, spingendola tra le braccia del giovane che la seduce e la istiga a concedersi a lui nell'illusoria promessa di matrimonio. Quando Dorian l'abbandona, la malcapitata si suicida, trasformandosi in ossessione nell'immaginario onirico del rimorso (e rimpianto) del giovane, che il regista risolve abilmente in venature horror.

Oliver Parker è abilissimo nel tracciare le coordinate della società inglese dell'epoca vittoriana permeata di moralismi ipocriti e fasulli, che sotto la rigida e ingannevole maschera d'integrità morale nasconde pulsioni sessuali ancor più vive proprio perché represse, diluite in invidie meschine e striscianti malignità che s'insinuano nel tessuto umano e sociale come piaghe insanabili. Le stesse piaghe che dilaniano il ritratto di Dorian, fissando sulla tela l'indelebile degrado morale cui lo condanna per sempre un patto avventato e infernale, che assurge a metafora del Male del mondo. Nell'attimo stesso in cui lo sguardo del giovane si posa sul dipinto, egli prende coscienza della propria bellezza e il desiderio di renderla immortale raggiunge vette d'intensità talmente elevate da diventare irresistibile. Consegnando l'anima al Male, Dorian segna il proprio destino in una lenta ma irreversibile discesa nel baratro di aberrazioni sempre più gravi, che culmina in un agghiacciante finale a cui Parker introduce modifiche sostanziali rispetto al romanzo originale, aggiungendo svolte e personaggi che la penna illustre di Oscar Wilde non aveva neppure concepito.

In questa sede non mi preme esaminare la giustezza o meno di tali scelte registiche (come quella, forse un tantino discutibile, di animare il dipinto di vita propria in sequenze in cui The Thing osserva da una prospettiva deformata in b/n personaggi sempre più disorientati o tenta di ghermire Dorian in repentini guizzi à la Videodrome).
M'interessa invece sottolineare la Weltanschauung del creatore di Dorian Gray (il cui nome con grande probabilità deriva da John Gray, un giovane «abietto e scapestrato» frequentato da Wilde). Letterato illustre, esponente di quella stessa società da lui denigrata nel romanzo, Oscar Wilde era perennemente teso alla conquista del tanto agognato prestigio sociale, che rincorse per tutta la sua vita eccentrica e dissoluta impressa nel paradigma inconfutabile di una sensibilità da narcisista egocentrico, che gli concesse lampi di genio intermittenti accompagnati da slanci di generosità anche verso chi non lo meritava, ma al contempo gli negò serenità, lucidità e salute e lo trascinò verso una fine precoce (e atroce).

In una lettera rivolta a Robert Ross, uno dei suoi innumerevoli amanti, Oscar Wilde ammette di riconoscersi nella sensibilità del pittore Basil Hallward; di aver condensato nel mentore perverso e ipocrita l'immagine che la gente-bene della Londra vittoriana aveva di lui (Lord Henry Wotton a ben guardare è ancor più rivoltante del ritratto stesso, perché non esita a rinnegare la propria creatura non appena le conseguenze del suo abietto agire gli si ritorcono contro in un clamoroso effetto-boomerang); mentre Dorian Gray, distillato del Male allo stato puro, incarna tutto ciò che Wilde aveva ipocritamente inseguito in tutta la sua tormentata esistenza, senza mai raggiungerlo davvero.

©® Annalisa
Sabato 5 Dicembre 2009
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