PUBLIC ENEMIES
(U.S.A. 2009)
di Michael Mann
Johnny Depp
Jason Clarke
Marion Cotillard
Christian Bale
Billy Crudup
Stephen Lang
Adam Mucci
David Wenham
James Russo
Branka Katic
Giovanni Ribisi
John Ortiz
Stephen Graham
Channing Tatum
John Dillinger
John ‘Red’ Hamilton
Billie Frechette
Melvin Purvis
J. Edgar Hoover
Agente Charles Winstead
Agente Harold Reinecke
Harry ‘Pete’ Pierpont
Walter Dietrich
Anna Sage
Alvin Karpis
Phil D’Andrea
Baby Face Nelson
Pretty Boy Floyd


Armi a doppio taglio

La precisione millimetrica con cui John Dillinger, a guisa di un chirurgo, progetta e mette in atto feroci rapine alle banche, per poi cancellare i debiti dei cittadini, trova riscontro nella perfezione tecnica del girato di Michael Mann. I volti dei protagonisti vengono spiati dalla prospettiva del pubblico che li osserva, appaiono tra le sagome delle persone di spalle che interagiscono con loro, quasi come se il regista si trovasse sempre tra la gente, rendendo costante e palpabile la propria presenza. La sua regia è riconoscibile (e inconfondibile) nelle zoomate fulminee in primissimo piano sui volti dei protagonisti; nell’uso parco ma efficace della macchina a mano in sequenze-chiave; nelle scene in movimento girate senza ombra di sbavatura; nell’unico ralenti, che sottolinea in modo magistrale l’arresto di Billie Frechette; nella fotografia a forti tinte chiaroscurali (quella di Dante Spinotti) che valorizza ogni sequenza, specie quelle notturne su cui Mann da sempre incentra il suo cinema, toccando vette altissime sia sotto il profilo tecnico sia sotto l’aspetto emotivo.

Michael Mann fotografa un contesto storico ben preciso, quello degli Stati Uniti degli Anni ’30 a cavallo della Grande Depressione, mondo in continuo divenire in cui tutto era il contrario di tutto e nulla era certo, realtà che si riflette nella vita del suo protagonista John Dillinger, vissuta al massimo senza mai pensare al domani. Emblematica per cogliere l’essenza del protagonista è la frase da lui rivolta alla donna di cui s’innamora perdutamente, Billie Frechette, in un ristorante di lusso in cui la gente la squadra con disprezzo per il vestito a buon mercato che indossa: «Per loro conta solo da dove provieni, mentre è dove sei diretto ad essere davvero importante».

Anche l’ordinamento delle forze di polizia era orientato verso enormi mutamenti, che avrebbero determinato la nascita dell’FBI in una struttura capillare altamente professionale, travalicando i confini di stato fino a quelli federali nella lotta al crimine organizzato. L’idea portante di questa rivoluzione risiedeva nella diffusione delle informazioni potenziando l’uso della stampa e dei media, compreso il cinema, anticipando di fatto l’era mediatica di cui non soltanto il fondatore dell’FBI J. Edgar Hoover, ma anche lo stesso Dillinger divenne il precursore, esercitando sui cittadini un magnetismo peculiare legato all’immagine che i media ne trasmettevano. (¹) Vai alla nota

Non a caso, la grande popolarità di Dillinger ne sanciva anche il punto di forza, sostenendolo e infondendogli sicurezza nei momenti in cui appariva braccato dalla polizia, dandogli il coraggio di sfidarla all’interno del suo stesso quartier generale, senza che nessuno lo riconoscesse. Dillinger riesce paradossalmente a mimetizzarsi tra gli agenti per ben tre volte, gettando un’ombra di scherno sulla polizia nella peggiore tradizione da Scotland Yard in poi e trasmettendone un’immagine abbastanza negativa, se si esclude il fondatore J. Edgar Hoover e il nuovo staff di agenti specializzati reclutati dalla punta di diamante Melvin Purvis. A ben guardare, Purvis e Dillinger rappresentano due facce di una stessa moneta e i due interpreti - rispettivamente Christian Bale e Johnny Depp – delineano performance ad alto livello d’intensità che paiono stamparsi nella mente attenta dello spettatore, pur con i dovuti distinguo legati alla tipologia dei due ruoli: il confronto con un criminale sfaccettato, a suo modo puro e trasparente e amato dalla gente come incarnazione di Robin Hood sulla Terra - intenso faccia a faccia che Mann condensa in un’unica sequenza venata di amara ironia - pone in risalto il granitico aplomb di un uomo di giustizia che nasconde una profonda vulnerabilità, senza tuttavia approfondirla e lasciando all’ottimo Bale ancora una volta l’arduo compito di valorizzare il personaggio e d’infondervi sfumature quasi impercettibili.



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Per illustrare meglio il concetto, Mann introduce due sequenze di cinema nel cinema, indulgendo alla deliziosa citazione di Manhattan Melodrama (1934) di W.S. Van Dyke, in cui Dillinger si specchia nella figura di Clark Gable, William Powell incarna l’essenza di Melvin Purvis e Myrna Loy rivela un’impressionante somiglianza con Marion Cotillard.

©® Annalisa
Mercoledì 4 Novembre 2009
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