ANTICHRIST
(Danimarca/Germania/Francia/Svezia/
Italia/Polonia 2009)
di Lars Von Trier
Willem Dafoe
Charlotte Gainsbourg
Lui
Lei


The Evil Dead

Il controverso lavoro di Von Trier si apre su una sequenza tanto bella e perfetta da lasciare senza fiato, in una splendida fotografia che in sei minuti trasforma un'immagine - filmata con una speciale cinepresa ad alta velocità, virata in b/n, proiettata al super ralenti e accompagnata da musica operistica cantata in italiano - in qualcosa che va oltre il cinema medio cui spesso siamo abituati.

La lezione di Ingmar Bergman conferisce un’impronta chiara e indelebile a tutto il lungometraggio, trasfigurandolo in una sorta di estratto da Scene da un Matrimonio in cui una (poco bergmaniana) macchina a mano si sofferma sui volti tesissimi della coppia in interni con nervose veloci zoomate improvvise, inaspettate al pari di molte svolte filmiche, attraversando lunghissimi silenzi e generando sequenze ad alta valenza artistica che paiono dipinti surreali. Al di là delle tanto discusse sequenze a sfondo sessuale, che vanno comunque lette in chiave simbolica, Lars Von Trier sfida lo spettatore a non restare alla superficie della visione per cogliere ciascun personaggio e ogni elemento della storia come simboli di significati-altri.

A rischio di tracimare in pericolosi spoiler, va sottolineato come nella sequenza dell'omicidio della donna non sia lei ad essere uccisa, bensì l'ansia che la donna incarna in quel frangente. Le figure dei tre mendicanti (la cerbiatta, la volpe e il corvo) vanno interpretati in chiave psicologica quali aspetti distinti ma assemblati della natura femminile, "schiava dei cicli vitali" e quindi più fragile psicologicamente rispetto al maschio.

La controversa pellicola incarna una forte valenza psicologica e si fa portatrice di una bellezza oscura e inquietante, che culmina nelle sequenze oniriche e trova naturale compimento nel tormentato finale, apparendo ad una prima superficiale analisi intrisa di pornografica misoginia, mentre solo se letta in chiave simbolica potrà essere colta nei suoi reali significati e apparirà davvero per ciò che è e non per ciò che sembra. L'accanimento con cui il regista danese pare giustificare le torture inflitte alle donne dall'Inquisizione spagnola - mostrando una protagonista alla totale deriva emozionale quale riflesso di tutta la complessa fragilità al femminile, dalle forti pulsioni (auto)distruttive e masochistiche - a ben guardare è solamente la proiezione delle paure e dei conflitti che il marito opera su di lei a livello inconscio.

Il personaggio maschile appare di un'abnegazione e di un coraggio senza corrispettivo nella realtà (e appunto stiamo parlando di un film) nel suo meticoloso farsi carico della patologia della moglie, arginando in ogni attimo della giornata i suoi attacchi di panico, gestendone le esplosioni di violenza, impedendone gli slanci suicidi, ricucendone i deliri compulsivi. Il suo sembra un atto d'amore a 360 gradi e se la sua razionalità estrema a tratti può essere scambiata per freddezza, in realtà l'uomo tenta disperatamente di sopperire con calma e raziocinio alla completa deriva emozionale della moglie. Tutta la graduale elaborazione delle problematiche di lei attraverso la piramide è molto ben strutturata, tanto da sembrare una trascrizione della terapia che - per sua stessa ammissione - ha dovuto affrontare anche il regista, la cui fiducia nella psicanalisi traspare in moltissime sequenze. In uno dei dialoghi emerge una rapidissima allusione a Sigmund Freud, che Von Trier probabilmente evita di approfondire nel timore di diventare didascalico o di appesantire il ritmo del film (che - malgrado la sola presenza dei due attori in interno - scorre a meraviglia e non annoia mai).


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L’indagine psicologica del marito procede per tentativi: lei non sa dire cosa le provochi paura, quindi lui procede a tentoni sulla base delle risposte. Di fronte all'esitazione e all’incertezza di lei, lui aggira la domanda e le chiede quali siano i luoghi che le incutano più paura. Lei indica il bosco in tutti i suoi elementi, allora lui pensa alla foresta quale simbolo della Natura Umana. Poi è ancora lei a confondere le carte e ad evocare la presenza di Satana, che anche in questo caso assurge a simbolo della schiavitù della donna verso la Natura che ne regola i cicli e ne scandisce perversamente il ritmo biologico, rendendola schiava di precisi passaggi psicologici ed emotivi sconosciuti ai maschi. La donna infine identifica tutti questi elementi con se stessa e allora il marito conclude che in cima alla piramide delle paure debba risiedere lei stessa: ovvero, lei si conosce intimamente e ha orrore di sé perché sa di cosa è capace. E tutto perché è succube di una Natura che le impedisce di essere come lei vorrebbe. Proprio in questa precisa circostanza lei esplode dopo una calma apparente, perché capisce che lui comincia a conoscerla meglio e quindi a diffidare di lei: al dolore della perdita del figlio, non ancora risolto, si aggiunge prepotente il terrore di essere abbandonata. Tutta la sua paura si materializza nell'aggressività e nell'odio. Ed è proprio con l'atto liberatorio dell'omicidio finale che lui la libera dall'ansia, emancipando tutte le altre donne.

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Il titolo stesso evoca un sottotesto decisamente pregnante, alludendo al concetto di Male quale elemento imprescindibile dalla natura umana, lontano anni luce dal concetto logoro di entità astratta su cui fa comodo proiettare le nostre colpe. Le sequenze che mostrano situazioni estreme di sesso e tortura sono ancora una volta metafora di tutto il male che siamo capaci di scatenare l'uno contro l'altra pur amandoci all'interno di una coppia. Antichrist si serve delle sequenze gore-splatter sadomaso per rimandare a significati nascosti, per alludere a qualcos'altro, nel tentativo di spiegare le pulsioni umane, controverse e irrisolte. Pulsioni a cui la psicanalisi e la psicoterapia tentano di dare un nome, un perché e una soluzione.

La forza evocativa di molte sequenze rimanda a Gibson regista (la scena del cucciolo in decomposizione, razziato dal rapace) e questo non può che deporre a favore di Von Trier, almeno per quanto riguarda chi scrive.


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Le innumerevoli visioni che s’innestano armoniosamente nel tessuto evocativo di atmosfere horror, che solamente in questi precisi passaggi acquisiscono spessore (le sequenze oniriche nel bosco che paiono dipinti surreali; il rumore delle ghiande che rotolano sul tetto la notte; le zecche sulla mano di lui all'alba; le apparizioni degli animali) costituiscono una sorta di metafora, ma al contempo divengono visioni sviluppate dal marito per via dei propri irrisolti sensi di colpa. E' la sua (in parte anche sadica) ricerca di aiutare a tutti i costi la moglie - andando anche contro la propria etica professionale - a scatenare dentro di lei un qualcosa di profondo che aveva volutamente rimosso (non è un caso che lei non avesse mai terminato la tesi). A un’attenta analisi, il marito esorcizza il proprio male interiore, affronta il proprio lutto sempre e solo attraverso di lei, usandola in un certo senso per non dover affrontare il proprio dolore ed i propri sentimenti. E quando - a causa della sua pressione - lei finalmente esplode, la mente di lui elabora solo scuse (come appunto i tre mendicanti, la malvagità insita nel femminile) piuttosto che farsi carico delle proprie responsabilità. Percepire la propria moglie come una strega, accusarla di aver volutamente fatto del male al proprio figlio, costringerla ad affrontare i propri demoni, in fondo è altrettanto malvagio e crudele quanto le torture che l’uomo si trova costretto a subire.

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Trattasi in ultima analisi di un racconto intriso di pura disperazione, proprio perché non scinde Bene e Male in una dicotomia assoluta tra vittima e carnefice, ma confonde le due entità l’una nell’altra, rendendole al contempo complementari, antitetiche e (auto)distruttive. L’episodio della scomparsa di un figlio, che si concretizza nella lunga sequenza introduttiva in b/n, innesca un vortice di dolore da cui è impossibile uscire se non stringendosi l’uno verso l’altra in una reciproca assistenza e in un supporto totale: nel momento in cui questo viene a mancare (perché l'uomo si innalza a giudice e maestro nei confronti della propria donna e cerca di guidarla verso la guarigione servendosene tuttavia per affrontare le proprie paure e le proprie colpe inconsce) non sussiste più alcuna possibilità di redenzione ma solo di (auto)distruzione. Distruzione di un matrimonio e di una coppia, la cui reciproca crudeltà appare legata univocamente al sesso, in una sorta di intima violenza che colpisce gli organi genitali proprio per (auto)punire l’origine di tutto il dolore scaturito dalla condizione di partenza.

©® Annalisa
Martedì 23 giugno 2009
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