NEMICO PUBBLICO NUMERO UNO
L’istinto di morte
(Francia/Canada/Italia 2008)
di Jean-François Richet
Vincent Cassel
Cécile De France
Gérard Depardieu
Gilles Lellouche
Roy Dupuis
Elena Anaya
Michel Duchaussoy
Myriam Boyer
Florence Thomassin
Abdelhafid Metalsi
Gilbert Sicotte
Deano Clavet
Mustapha Abourachid
Ludivine Sagnier
Jacques Mesrine
Jeanne Schneider
Guido
Paul
Jean-Paul Mercier
Sofia
Pierre André Mesrine
Madre di Mesrine
Sarah
Ahmed il pappone
Miliardario
Roger André
Ausiliario algerino
Sylvie Jeanjacquot

Jacques Mesrine impara a uccidere durante la guerra d’Algeria, da cui viene congedato una volta terminata la missione per rientrare in Francia a casa dei genitori, che sognano per lui una vita tranquilla con posto fisso. Ma il figlio ribelle aspira ad una vita spericolata senza regole e inizia a rubare, entrando in contatto con il milieu in cui militano loschi individui collusi con L’Organisation Armée Sécrète, gruppo paramilitare fascista che mira a eliminare il generale De Gaulle (tra cui risaltano i toni sgradevolmente ambigui ben delineati da Gérard Depardieu nel ruolo di Guido). Mesrine lascia la casa paterna e si trasferisce in Spagna, ove incontra Sofia, una brava ragazza che sposa e mette incinta tre volte, tentando d’imbastire assieme a lei una vita familiare destinata all’immediato naufragio. Sofia ben presto lo lascia alla sua esistenza dissoluta, mentre i figli vengono affidati ai poveri nonni. In un tabarin scocca la scintilla fatale con Jeanne Schneider, che diverrà sua partner fissa nelle successive “imprese”. In Québec vengono assunti come collaboratori domestici da un miliardario disabile che finisce per insospettirsi e viene segregato in una delle sue stanze, da cui riesce a fuggire chiamando la polizia, che arresta i Bonnie & Clyde francesi. La condanna per Bonnie ammonta a cinque anni di reclusione, mentre Clyde deve scontare una lunga pena in un carcere duro di massima sicurezza, da cui riesce ad evadere assieme al suo amico Jean-Paul Mercier, militante nei movimenti indipendentisti per il «Québec libero». In seguito a una duplice rapina in banche adiacenti, Mesrine viene infine arrestato in Francia dal commissario Broussard (un grande Olivier Gourmet) che segue alacremente il suo caso. Qui termina la prima parte: il secondo atto del dittico diretto e sceneggiato da Jean-François Richet con la collaborazione di Abdel Raouf Dafri, intitolato L’ora della fuga, esce al cinema il prossimo 17 Aprile.

Dopo aver interpretato la crudele ambiguità di Jean-François de Morangias ne Il Patto Dei Lupi di Christophe Gans (2001), il fidanzato Marcus alla disperata ricerca di vendetta nel controverso Irréversible di Gaspar Noé (2002), lo sbandato Paul assetato di riscossa nel film di Jacques Audiard Sulle mie labbra (2001), il ladro scanzonato François Toulour nella trilogia di Ocean, il tormentato Kirill che mette a dura prova la calma laboriosa di Nikolai in Eastern Promises di David Cronenberg (2007), Vincent Cassel inanella l’ennesimo ruolo di vilain a tutto tondo calandosi con perfetta sinergia nei difficili panni di Jacques Mesrine, malavitoso che sconvolse la Francia a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70. Definito ufficialmente Nemico Pubblico Numero Uno, titolo che Mesrine eleva a condizione onorifica vantandosene nell’autobiografia L’instinct de mort (1977) (a cui Richet si è ispirato nell’ adattamento cinematografico), il famigerato superbandito colleziona una serie inenarrabile di atti criminosi, seducendo e coinvolgendo innumerevoli amanti in fughe rocambolesche, feroci rapimenti, evasioni spettacolari, vendette atroci, catturando l’attenzione morbosa di stampa e media, per aderire infine ai movimenti della sinistra rivoluzionaria prima di morire a Parigi nel 1979 in un agguato della polizia. Ma chi era davvero Jacques Mesrine? Un istrione mitomane che usò chiunque a suo bieco tornaconto per raggiungere obiettivi immaginari e soddisfare egoistiche necessità, che non ebbe pietà per nessuno tranne che per se stesso, mostrando riprovevole auto-indulgenza nella biografia redatta in interminabili periodi di reclusione. Un anarchico ribelle senza causa, che tentò di svendere alla stampa un’ingannevole parvenza d’impegno politico nello sforzo di dare un senso e una giustificazione alla sua aberrante carriera in perenne ascesa nella malavita degli anni di piombo francesi. Allo stesso modo, Richet ne racconta le “gesta” con il pretesto di fotografare lo spirito del tempo, l’anarchismo ribelle a cavallo tra due epoche: la guerra d’Algeria (con cui il film si apre nella tesissima sequenza iniziale) e il successivo avvento al potere della destra che impose lo stato poliziesco. Il regista si sofferma su un’interminabile quanto stucchevole descrizione dei soprusi inferti in condizioni di vita disumane ai detenuti della prigione di massima sicurezza canadese, pensando bene di cogliere il senso della denuncia espressa da Mesrine nel suo delirante e sgrammaticato scritto autobiografico. Le incalzanti sequenze che mostrano improbabili evasioni e rocambolesche peripezie di un criminale a tutto tondo offrono senza alcun dubbio un esempio di cinema allo stato puro, mettendo tuttavia a tacere il legittimo richiamo alla giustizia da parte delle innumerevoli vittime delle stragi di Mesrine. Richet cede al fascino morboso della «bestia selvaggia» celebrandone le gesta a discapito dell’onestà dei suoi familiari (svenduti come rammolliti) e spacciando per eroe un bastardo incallito senza attenuanti che non meriterebbe neppure di essere ricordato distrattamente da qualche sparuto giornalista schierato. Il commissario Broussard - agente integro che diede instancabilmente la caccia a Mesrine – lo ricorda in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro e titolata Non svegliare lo sbirro che dorme, in cui rivendica come legittimo omicidio di Stato l’agguato della polizia in cui Mesrine trovò finalmente la morte. In un contesto filmico in cui l’integrità morale diventa sinonimo di goffa inettitudine, mentre la furbizia è accessoria alla dichiarata disonestà d’intenti, Mesrine diviene oggetto di strumentalizzazione politica da ambo i fronti per via dell’adesione sia a gruppi paramilitari di estrema destra sia a movimenti di azione militante schierati a sinistra, come Action Directe (le BR francesi) cui Mesrine approdò a pochi anni dalla fine.

A dispetto dell’indubbio talento di Vincent Cassel - che al solito buca lo schermo con una duttile mimica facciale in repentine sfuriate ed esplosioni di violenza - e senza voler negare il forte impatto spettacolare di una tecnica registica impiegata ad alti livelli, il dubbio gusto di certe operazioni commerciali andrebbe quantomeno ripagato con l’indifferenza, suggerendo invece a Cassel e a Richet di mettere il loro talento al servizio di produzioni degne di questo nome.

©® Annalisa
Giovedì 19 Marzo 2009
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