GRAN TORINO
(USA/Australia 2008)
di Clint Eastwood
Clint Eastwood
Christopher Carley
Bee Vang
Ahney Her
Brian Haley
Geraldine Hughes
Dreama Walker
Brian Howe
John Carroll Lynch
William Hill
Brooke Chia Thao
Chee Thao
Sonny Vue
Doua Moua
Cory Hardrict
Nana Gbewonyo
Arthur Cartwright
Walt Kowalski
Padre Janovich
Thao Vang Lor
Sue Lor
Mitch Kowalski
Karen Kowalski
Ashley Kowalski
Steve Kowalski
Barbiere Martin
Tim Kennedy
Vu
Nonna Hmong
Smokie
Spider
Duke
Monk
Prez


Oltre il confine

Walt Kowalski siede sotto il portico della sua casa coloniale nei sobborghi di Detroit, sorseggiando birra in compagnia del fido Labrador. Il cane osserva quieto e rassegnato il proprio padrone mentre al posto suo ringhia tutta la disapprovazione verso una rapida e inarrestabile metamorfosi della realtà circostante: una famiglia di cinesi Hmong si è insediata nella villa accanto e adesso nella veranda opposta alla sua siede la più anziana del gruppo, che come lui non sembra gradire presenze estranee e lo osserva in un fiero cipiglio di astiosa diffidenza. Ogni piega del volto granitico di Walt esprime disincantato disappunto verso un mondo ormai lontano da quello intriso di valori a cui resta tenacemente aggrappato, mentre figli distratti e nipoti opportunisti passano accanto alla sua vita senza sforzarsi di capirla veramente. Al funerale dell’amata moglie intervengono tutti i suoi parenti, con cui Walt sente di non avere più nulla in comune: nessuno di loro tenta di sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda in un autentico slancio d’affetto, senza chiedere nulla in cambio. Il giovane sacerdote che ha promesso alla moglie di prendersi cura di lui e lo incalza di domande a sfondo esistenziale viene respinto con pragmatica ironia caustica: Walt si chiude in un’ostile misantropia xenofoba, restando a scrutare tutti in cagnesco dalla sua loggia nascosta nell’ombra come in Vietnam osservava i nemici da dietro la trincea. Fino a quando una gang imparentata con i vicini inizia a seminare terrore tra i propri simili, sconfinando nella proprietà di Walt e tentando di rubargli l’automobile Ford Gran Torino classe 1972 custodita in garage come una preziosa reliquia. Imbracciando il fucile come un redivivo Dirty Harry, Walt respinge l’ondata di violenza del branco diventando una sorta di eroe agli occhi della famiglia Hmong, i cui componenti sfilano ogni giorno in processione celebrativa deponendo lungo i gradini della scala d’accesso omaggi floreali e gastronomici quale commosso ringraziamento per il suo gesto. A poco a poco la burbera diffidenza di Walt si scioglie in una curiosità nuova verso i vicini che lo invitano a pranzare con loro. Avvolto in un’atmosfera familiare percepita per una volta sincera e disinteressata, con cui avverte quel senso di affinità da sempre estraneo alla famiglia d’origine, Walt stringe amicizia con la giovane Sue Lor che gli affida il fratello Thao affinché possa riscattarsi dalla complicità nel tentato furto. L’iniziale diffidenza reciproca si stempera in un progressivo avvicinamento che sfocia in un legame affettivo profondo e sincero, attraverso cui Walt ritrova la vera dimensione paterna ormai dimenticata e sacrifica se stesso in nome della giustizia, rinunciando per sempre al sentimento di vendetta.

Walt Kowalski mostra le infinite facce di tutti i personaggi messi in scena da Clint: nella prima parte gela tutti con battute sferzanti degne del miglior Harry Callaghan, mentre il passaggio intermedio diviene più riflessivo, con Walt che occhieggia dal suo furgone incarnando il lato oscuro di Robert Kincaid ormai a disagio in un mondo a lui estraneo. Walt osserva sbigottito la metamorfosi inarrestabile che genera una progressiva devastazione del tessuto sociale, ma non riesce a restare indifferente e prova a reagire lottando come Christine Collins in Changeling. Impara ad amare e a rispettare l’Altro nella comprensione della sua quotidianità, instaura un legame paterno con un timido ragazzino impacciato come il disilluso Frankie Dunn in Million Dollar Baby, approdando ad un finale epico riconducibile alla grande lezione del western classico.

In una regia compatta e granitica come il suo artefice, il monito di Gran Torino attiene alla comprensione degli altri attraverso la presa di coscienza di se stessi: i confini sono fondamentali perché indicano il punto in cui termina l’Io e inizia l’Altro, delimitano la proprietà allo stesso modo in cui tracciano precisi contorni di un sentimento d’identità acquisito oltrepassando i limiti di timori ancestrali che impediscono di aprirsi alla conoscenza dell’Altro e di scoprire parti di sé di cui s’ignorava l’esistenza. Clint/Walt si prende gioco dei pregiudizi in impareggiabili siparietti con il barbiere italiano di fiducia che assurgono a modelli di comportamento per l’ingenuo e inesperto Thao, così come la Ford Gran Torino diviene simbolo di un mondo di valori antichi che non esiste più e di un Sogno Americano per molti ormai tramontato.

©® Annalisa
Giovedì 19 Marzo 2009
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