APPALOOSA
(U.S.A. 2008)
di Ed Harris
Ed Harris
Viggo Mortensen
Jeremy Irons
Renée Zellweger
Robert Jauregui
Timothy V. Murphy
Luce Rains
Boyd Kestner
Gabriel Marantz
Cerris Morgan-Moyer
James Gammon
Timothy Spall
Tom Bower
Erik J. Bockemeier
Virgil Cole
Everett Hitch
Randall Bragg
Allison French
Sceriffo Jack Bell
Vince
Dean
Bronc
Joe Whittifield
Tilda
Earl May
Phil Olson
Abner Raines
Fat Wallis

Cosa manca ad un artista a tutto tondo come Ed Harris (nato a Tenafly, New Jersey, il 28 Novembre 1950) per diventare attore e regista di primo piano? Non certo il talento. Malgrado l’indubbia poliedricità, Harris ha sempre faticato ad arrivare primo, collezionando una sequela interminabile di ruoli complementari, spesso negativi: da Apollo 13 di Ron Howard (1995) a The Truman Show di Peter Weir (1998) passando per Il Nemico alle porte di Jean-Jacques Annaud (2001), A Beautiful Mind di Ron Howard (2001), The Hours di Stephen Daldry (2002) fino al recentissimo A History Of Violence di David Cronenberg (2005). Solamente nelle vesti di produttore e regista dei suoi lavori Harris si è ritagliato a buon diritto un ruolo da protagonista. E’ il caso di Pollock (2000) – intenso biopic sul celebre pittore americano - di Copying Beethoven (2006) – peraltro un clamoroso flop al botteghino – e del western Appaloosa (2008), per cui Harris compone e canta la canzone You'll Never Leave My Heart della sigla di coda. La splendida performance di Ed Harris scolpisce sulla laconica schiettezza di eroe misurato e solitario il personaggio di Virgil Cole, lasciandolo emergere in una connotazione essenziale non priva di sfumature naïf e incarnando curiosamente una sorta di rinnovato battesimo con l’omonimo personaggio che nel 1989 consacrò Ed al grande schermo in The Abyss di James Cameron.

Tutto il magnetismo con cui riesce a caratterizzare i suoi innumerevoli vilain non è bastato a fare di Ed Harris l’attore più apprezzato e richiesto dallo star system. Forse anche perché Harris dallo star system ha sempre preso un pochino le distanze, rifiutando le scorciatoie di un percorso commerciale e occupando gradualmente un settore di nicchia, quello di autore ricercato e aperto ad orizzonti più propriamente artistici e culturali. Il suo aspetto nobile e raffinato, perfetto per il ruolo di Virgil Cole in Appaloosa, contribuisce a levigarne ulteriormente la personalità un tantino defilata, malgrado poi Harris sfoderi grinta, cultura, umorismo e savoir faire ad ogni rassegna stampa e in ogni intervista.

L’innata o voluta distrazione di molta critica contemporanea nei confronti dell’impegno e della cultura fine a se stessi contribuisce a trasformare un autore di rango come Ed Harris in uno degli artisti più sottovalutati dell’epoca contemporanea.

Ne è la riprova lo spessore della sua ultima fatica, Appaloosa, western dalle atmosfere classiche virate su temi universali. L’amicizia tra i giustizieri Virgil Cole e Everett Hitch (un sempre grande Viggo Mortensen) si muove lungo binari inossidabili di lealtà, fiducia e rispetto reciproci, che approdano a territori di riflessione matura, attenta, mai retorica. I dialoghi sferzanti tra i due “pacificatori” Cole e Hitch, assunti come sceriffi a contratto per riportare la pace e l’ordine nella piccola cittadina di Appaloosa, trasudano silenzi colmi di rispetto reciproco e costituiscono il fascino portante del film, nonché la motivazione di fondo che ha spinto Ed Harris a trasporre sugli schermi il romanzo di Robert B. Parker che consacra quei continui scambi di battute e di ruoli. L’amicizia virile tra i due protagonisti poggia sulla sincerità e si distanzia totalmente dalla visione machista cui molti western classici sono improntati. Il vero eroe per Virgil Cole è «colui che dice la verità» mentre l’orgoglio «è una strana cosa» da cui rifuggire nell’anelito all’amore vero, che Virgil da sempre persegue con intima forza e convinzione, pronto a difenderlo attraverso inaspettate esplosioni di durezza. Everett Hitch è spalla discreta che resta al proprio posto senza oltrepassare i confini insiti nei rispettivi ruoli, ombra silenziosa fedele a Virgil, onnipresente a sostenerlo in ogni situazione, la più ardua delle quali si rivela proprio la tormentata liaison amoureuse di Virgil con la disinibita e volubile Allison French (Renée Zellweger, ingessata in una performance artificiosa). La scelta temeraria di Jeremy Irons per il ruolo del vilain Randall Bragg si rivela vincente proprio perché gioca sul contrasto tra la violenza strisciante del personaggio e il sofisticato aplomb con cui viene perpetrata.

Ed Harris si riconferma autore e interprete sensibile e raffinato, riuscendo a delineare in pochi tratti essenziali l’intimo tormento di Virgil Cole, la sua inesperienza nei rapporti con un universo femminile solamente sfiorato perché forse troppo complesso per lui. La sua lacerazione interiore si traduce da un lato nella timida e tenera goffaggine nell’approccio con la donna di cui s’innamora al primo sguardo, dall’altro nei malcelati complessi d’inferiorità legati alla scarsa cultura cui tenta di porre rimedio (irresistibili le sequenze in cui Hitch suggerisce a Virgil le parole «che sta cercando»). Harris compone un personaggio molto più sfaccettato di quanto non appaia in prima analisi, un uomo che dissimula le proprie intime incertezze nella (spesso vana) imposizione dell’ordine, della disciplina e della coscienza civile, un personaggio alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che lo completi, che paradossalmente si rivela essere proprio Everett Hitch. Così come nei dipinti di Jackson Pollock ogni singolo tratto di colore ha uno scopo ben preciso, nessuna interpretazione di Ed Harris viene mai lasciata al caso ma approfondita in ogni sfumatura e curata in ogni prezioso dettaglio visivo, sonoro, espressivo.

©® Annalisa
Venerdì 23 Gennaio 2009
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