IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE
(GB/U.S.A. 2008)
di Mark Herman
Asa Butterfield
Vera Farmiga
David Thewlis
Amber Beattie
Rupert Friend
Cara Horgan
David Hayman
Jack Scanlon
Sheila Hancock
Richard Johnson
Bruno
Mamma di Bruno
Padre di Bruno
Gretel, sorella di Bruno
Tenente Kotler
Maria, la governante
Pavel, servitore ebreo
Shmuel
Nonna di Bruno
Nonno di Bruno


Non tutti erano spietati

La sequenza introduttiva in montaggio alternato mostra le due opposte facce di una stessa realtà ambientata nella Germania dei primi Anni ‘40: l’opulenta eleganza d’interni raffinati in appartamenti signorili dell’alta borghesia stride con il desolato squallore dei ghetti da cui donne, uomini, bambini vengono prelevati con la forza senza preavviso, destinati ai campi di sterminio. La macchina da presa in profondità di campo negli interni sfarzosi indugia sui dettagli, i volti, le fisionomie di ogni componente della famiglia, colta nel momento in cui festeggia la promozione del padre, alto ufficiale nazista incaricato di pianificare la cosiddetta ‘soluzione finale’ e per questo trasferito ad Auschwitz in una sorta di caserma adibita a dimora nelle immediate vicinanze di un campo di sterminio. La MdP si sofferma sui grandi occhi azzurri del giovanissimo figlio Bruno di appena otto anni, che si riflettono nello sguardo impietrito della nonna paterna, già consapevole degli imminenti orrori. Attraverso gli occhi di un bambino anche troppo ingenuo, rinchiuso in una dimensione illusoria alimentata dalle menzogne degli adulti, viene filtrata la strage dell’Olocausto.

Annoiato da giornate tutte uguali in un’abitazione tanto lontana dalla sua vera casa, rattristato dalla lontananza dei suoi amici e compagni di scuola, scombussolato da ritmi e situazioni del tutto nuovi ed estranei alla sua vita di sempre, Bruno dà libero sfogo all’innata, fanciullesca propensione alla scoperta. Il resto procede di pari passo con una naturale curiosità che lo spinge a infrangere i divieti impostigli dagli adulti, oltrepassando quella porticina scura e stretta che si apre su un varco verso la zona del campo. Oltre il recinto di filo spinato, Bruno scorge un bambino avvolto nella divisa da prigioniero che la sua ingenua fantasia trasfigura in un pigiama a righe, lo stesso che indossa Pavel, il servo ebreo con cui ha appena scambiato qualche parola fugace, scaturita ancora dalla curiosità verso una persona «tanto strana e diversa». Allo stesso modo, Bruno si rivolge a quel bambino incessantemente ripiegato su se stesso in una solitudine senza remissione, stringendo con lui un’amicizia altrettanto illusoria che sfocia in tragedia.

Tratto dal romanzo omonimo dello scrittore irlandese John Boyne, il soggetto del film di Mark Herman – pur sviluppandosi su presupposti assai diversi e procedendo su binari divergenti - si riallaccia al film Nicht Alle waren Mörder/Non tutti erano assassini, realizzato nel 2006 dal regista tedesco Jo Baier per la TV tedesca e a sua volta ispirato al romanzo autobiografico dell’attore tedesco Michael Degen. Nel suo film per la TV, Baier racconta la storia di un’amicizia disinteressata tra due bambini di opposte fazioni, che sfocia anch’essa nella tragedia ma viene delineata in tratti più sentiti, autentici, verosimili. Nel film di Herman invece la simpatia tra Bruno e Shmuel si fonda su motivazioni molto più egoistiche da ambo le parti: Bruno vuole soprattutto sfuggire alla noia e alla solitudine, mentre Shmuel scorge in lui una speranza di aiuto e di riscatto. Seppure in modalità e circostanze assai lontane e vicendevolmente estranee, entrambi sono prigionieri di un mondo di fantasie a cui restano avvinghiati con disperata ingenuità, non abbastanza svegli da accorgersi davvero degli orrori che si consumano attorno a loro. Shmuel crede di poter ritrovare i suoi congiunti «misteriosamente scomparsi» e coinvolge Bruno in un gioco avventato e pericoloso, Bruno che si aggrappa tenacemente alla stima da sempre nutrita verso l’adorato padre e non vuole aprire gli occhi sulla sua manifesta crudeltà. Parallelamente anche la sorella maggiore di Bruno, la trasognata adolescente Gretel, vive confinata in un universo incantato proprio come l’omonimo personaggio delle fiabe, con la non trascurabile differenza che il suo è un microcosmo di menzogne cui ella crede ciecamente, trasmessole dal padre e dal bieco precettore a domicilio.

La cristallina denuncia di Mark Herman al substrato filosofico distorto e contraddittorio che condusse alla strage dell’Olocausto tocca momenti di alta drammaticità e commozione, volendo prescindere dall’intelaiatura poco verosimile di circostanze e motivazioni che sottendono atti e comportamenti dei due giovani protagonisti. Ma il pregio portante del lungometraggio – distribuito dalla Walt Disney Pictures e sorretto dalle ottime performance dell’intero cast - consiste nella volontà di ritagliare uno spazio significativo a quella zona d’ombra in cui si mossero tutti coloro che non avallarono le atrocità del Terzo Reich. Le figure portanti della madre e della nonna paterna di Bruno rendono omaggio a quei testimoni silenziosi che non hanno fatto storia, costretti a piegare il capo e ad accettare condizioni aberranti che disapprovavano e in cui non credevano per non finire stritolati assieme ai loro congiunti nello stesso ingranaggio che li aveva fagocitati ancora ignari e abbacinati da false illusioni.

©® Annalisa
Martedì 23 dicembre 2008
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