PARIGI
(Francia, 2008)
di Cédric Klapisch
Juliette Binoche
Romain Duris
Fabrice Luchini
Albert Dupontel
François Cluzet
Karin Viard
Gilles Lellouche
Mélanie Laurent
Zinedine Soualem
Julie Ferrier
Olivia Bonamy
Maurice Bénichou
Annelise Hesme
Audrey Marnay
Élise
Pierre
Roland Verneuil
Jean
Philippe Verneuil
Panettiera
Franky
Laetitia
Mourad
Caroline
Diane
Psichiatra
Victoire
Marjolaine

Gli splendidi titoli di testa in wide screen scorrono con effetti di sovrapposizione-immagine che anticipano la struttura corale e stratificata di personaggi multiformi, ognuno dei quali acquisisce spessore con la propria storia. Dopo il dittico de L'appartamento spagnolo e Bambole russe (titolo alquanto emblematico per uno stile che tende ad accorpare assieme più vicende parallele a guisa di scatole cinesi) Klapisch si sofferma sulla silenziosa sofferenza implosa nel protagonista Pierre, che prende atto dolorosamente della diagnosi medica di una grave malformazione cardiaca che lo costringe ad affrontare un imminente intervento dagli esiti incerti. Pierre si rifugia tra le braccia amorose della sorella maggiore Élise, che con il suo affetto incondizionato riesce a colmare i vuoti esistenziali del fratello. Vuoti che si riflettono in quelli di un puzzle di personaggi solo apparentemente slegati tra loro e invece accomunati dall'anelito verso esperienze nuove che cancellino solitudine, insicurezze, fragilità o semplicemente che possano fungere da diversivo per allontanare la noia. Leitmotiv che accorpa le esistenze di tutti i personaggi è Parigi, autentica protagonista analizzata in ogni sua intima sfaccettatura: Pierre è spesso affacciato al balcone a rimirarne la bellezza, quasi a volersi annullare nei suoi viali, nei suoi palazzi antichi, nei suoi cieli, in un Invito al viaggio di antiche memorie letterarie che evocano dimensioni oniriche in cui «tutto è ordine, bellezza, voluttà».

Lo spleen evocato da Baudelaire s'incarna in lacerazioni dicotomiche tra anima e corpo comuni a tutti i personaggi rappresentati e trova il suo apice simbolico nella stessa Parigi, microcosmo in cui antico e moderno entrano in collisione generando contraddizioni insanabili e tuttavia si completano, si compenetrano, si fondono in un equilibrio che sfiora la perfezione visiva, scenario di un insistito dualismo tra chi soffre e chi allo stesso tempo esulta di fugaci entusiasmi.

Klapisch si diverte a giocare con lo spettatore, scostandosi ai lati dell'inquadratura per lasciarlo libero di ammirare Parigi in insistiti campi lunghi che la mostrano in tutto il suo splendore, anche grazie alla fotografia luminosa di Christophe Beaucarne. La macchina da presa fruga negli angoli più vivi della capitale francese, ma al contempo sonda le pieghe più nascoste di un degrado paesaggistico riflesso nella desolazione interiore vagamente sognatrice di Pierre, che vive l'aspettativa della morte attraverso gli occhi di chi invece ne viene colto senza preavviso.

Partendo dalla professione di assistente sociale esercitata da Élise, il regista trova spazio anche per la rappresentazione di problematiche sociali che trovano espressione nella (mancata) integrazione degli immigrati in un tessuto multietnico spesso foriero di emarginazione e d'incomunicabilità tra culture troppo diverse e lontane tra loro.

Al di là della struttura a matrioska - che in alcuni passaggi genera situazioni enfatizzate prive di credibilità - Klapisch delinea universi umani molto veri in cui non è difficile specchiarsi con la stessa immediata naturalezza con cui ogni vicenda pare riflettersi nelle acque placide e indifferenti della Senna.

©® Annalisa
Giovedì 2 Ottobre 2008
Riproduzione Riservata