ONORA IL PADRE E LA MADRE
(U.S.A. 2007)
di Sidney Lumet
Philip Seymour Hoffman
Ethan Hawke
Albert Finney
Marisa Tomei
Rosemary Harris
Aleksa Palladino
Michael Shannon
Amy Ryan
Brian F. O’Byrne
Blaine Horton
Andrew ‘Andy’ Hanson
Henry ‘Hank’ Hanson
Charles Hanson
Gina Hanson
Nanette Hanson
Chris Lasorda
Dex
Martha Hanson
Bobby Lasorda
Justin


Before Dad Knows You’re Guilty

In un racconto destrutturato in salti spazio-temporali con un montaggio progressivo che in intervalli cadenzati ripropone la medesima sequenza vista ogni volta dalle prospettive dei vari personaggi, aggiungendo dettagli come tessere mancanti di un puzzle che gradualmente si ricompone nell’immagine nitida e agghiacciante di una tragedia annunciata, l’ultra-ottantenne Sidney Lumet confeziona un thriller dai toni cupi che inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma. Le svolte filmiche sono articolate in blocchi consecutivi che a tratti procedono con effetto fermo-immagine per fissare l’istantanea del dramma.

Come di frequente accade al cinema negli ultimi mesi, viene riproposto lo schema classico del dualismo tra personaggi dall’indole opposta, entrambi coinvolti in un intreccio malsano da cui è impossibile districarsi e a cui reagiscono in maniera opposta: come in Cassandra’s Dream di Allen vengono delineate le figure portanti ed emblematiche di due fratelli esasperati in contesti diversi da opprimenti problemi economici, sociali e familiari, che decidono di imprimere una svolta decisiva alle loro sciatte esistenze.

E’ il fratello maggiore Andrew (solo in apparenza calmo, freddo, metodico, calcolatore nella determinazione a portare a termine i piani servendosi di qualsiasi mezzo - eppure tuttavia irrisolto e tormentato nel suo intimo - interpretato in ogni sfumatura da uno straordinario Philip Seymour Hoffman) ad escogitare una soluzione perfetta in teoria, ma che in pratica si traduce inevitabilmente in un tragico fallimento: Henry il minore (il poliedrico trasformista Ethan Hawke) viene coinvolto suo malgrado dal fratello in una rapina ai danni della gioielleria di famiglia, progettata con modalità incruente onde poter intascare e piazzare la preziosa refurtiva senza colpo ferire, con conseguente risarcimento assicurativo a beneficio dei genitori rapinati e ignari. Fallito sommerso dai debiti, Henry accetta riluttante l’incarico, spronato dal piglio sicuro e deciso del fratello nonché dal suo incentivo in denaro, ma riconferma la sua inettitudine cronica affidandosi alla perizia di un professionista nel goffo tentativo di sopperire alla propria fragile inesperienza. Dal primo fatale errore scaturiscono imprevisti e complicazioni a catena in un groviglio inestirpabile che travolge e soffoca i fratelli, trascinandoli in un vortice delittuoso da cui è impossibile risalire. Più si dibattono nelle sabbie mobili di malcelati risentimenti e sensi di colpa, di fallimenti senza riscatto, di crimini messi in atto per coprire altri crimini, più ne vengono inghiottiti senza remissione.

Before the Devil Knows You Are Dead si trasforma in un titolo italiano che – se da un lato ne condensa il significato ultimo in un’aura dal sapore biblico – dall’altro smarrisce il rimando allegorico al proverbio irlandese che ammonisce gli esseri umani posti a confronto con la loro natura malvagia, che non si ferma davanti a nulla pur di appagare biechi egoismi materiali. Motore del crimine sono ancora una volta impulsi dipinti al negativo e indissolubilmente legati all’avidità, alla voglia di rivalsa e alle bramosie di grandezza.

L’impianto narrativo sapientemente intessuto dalle mani del commediografo Kelly Masterson - che rinunciò all’ordine francescano per potersi dedicare anima e corpo alla scrittura in una paziente opera certosina che ha finalmente prodotto i suoi frutti – si avvale di una regia tecnicamente perfetta (intrisa di fermi immagine consecutivi ad effetto-istantanea, soggettive e zoomate nervose in primissimi piani con macchina a mano spesso fissa sui personaggi, creando un effetto claustrofobico) e poggia sulle straordinarie performance di un cast in stato di grazia, su cui svettano i due attori protagonisti ma neppure i comprimari sono da meno (Albert Finney su tutti).

La frammentazione del racconto rispecchia la disgregazione familiare e la perdita di valori, assurgendo a metafora destabilizzante della voragine esistenziale che attanaglia l’epoca contemporanea. Lumet non giudica i propri personaggi e non conferisce al racconto la seppur minima impronta moralistica, bensì solleva questioni-cardine e (si) pone domande cui è difficile e doloroso rispondere.

©® Annalisa
Martedì 25 marzo 2008
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