ELIZABETH: THE GOLDEN AGE
(UK/Francia, 2007)
di Shekhar Kapur
Cate Blanchett
Clive Owen
Geoffrey Rush
Abbie Cornish
Jordi Mollà
Aimee King
Samantha Morton
William Houston
Tom Hollander
Adam Godley
Rhys Ifans
Robert Cambrinus
Elizabeth I Tudor
Sir Walter Raleigh
Sir Francis Walsingham
Damigella di corte Bess
Filippo II di Spagna
Infanta
Mary Stuart
Don Guereau De Spes
Carceriere di Mary Stuart
William Walsingham
Gesuita Robert Reston
Conte Georg Von Helfenstein


La Vergine di Cera

Sulla scia del vertiginoso (nonché meritatissimo) successo di critica e pubblico conseguito l’anno scorso da Stephen Frears con l’ambizioso The Queen, il regista indiano Shekhar Kapur intesse di perle preziose e rilucenti il secondo capitolo della Trilogia su Queen Elizabeth I Tudor, annunciata con il lungometraggio copyright 1998, intitolato semplicemente Elizabeth.

Ambientati in due epoche lontane nel tempo e nello spazio, le due pellicole presentano non poche analogie stilistiche e contenutistiche.
In entrambe viene dipinta la figura al contempo fragile e terribile di una Vergine di Ferro ambiziosa, indipendente, colta, misurata e intelligente che crede nella sua missione di ‘Madre’ del popolo inglese, finendo per restare imprigionata in un ruolo difficile e ingrato (specie per una donna, in qualsiasi tempo).

Figlia del despota arrogante misogino capriccioso ma anche volitivo Enrico VIII e della sua seconda moglie (decapitata) Anna Bolena, Elizabeth giunge al trono passando per un’infanzia difficile e un’adolescenza tormentata, tra intrighi di corte orditi dalle sei mogli del padre con relativa prole. In un ambiente spesso ostile, improntato a congiure messe in atto da fazioni contrapposte, Elizabeth vive sorvegliata in esilio per molti anni, per afferrare infine saldamente le redini della Corona all’epoca del sanguinoso e insanabile conflitto tra Cattolici e Protestanti nell’Inghilterra a cavallo tra il 1585 e il 1588.

La Chiesa cattolica non aveva mai legittimato il divorzio di Enrico VIII dalla prima consorte Caterina d’Aragona e considerava pertanto Elizabeth figlia illegittima e indegna al trono: la sovrana appariva quale bastarda usurpatrice agli occhi della potenza militare incontrastata dell’epoca - la Spagna di Filippo II - fervente cattolico al limite del fanatismo, che portava in grembo il germe malsano della santa inquisizione. La Spagna e i Cattolici inglesi vedevano in Mary Stuart - cugina di Elizabeth, deposta dal trono di Scozia nel 1568 e tenuta prigioniera nel tetro castello di Sheffield – la loro vera sovrana e cospiravano contro Elizabeth progettando un colpo di stato.

La storia si apre sullo scenario inquieto della sfarzosa corte d’Inghilterra nella seconda metà del XVI Secolo, scoperchiando complotti segreti e tumultuosi attentati, crudeli persecuzioni e raffinate torture, in un intreccio che si rivela antesignano del moderno contro-spionaggio.

Sospinta da un mare in perenne tempesta, si erge fiera la figura della Regina Vergine Elizabeth I, dipinta da Cate Blanchett in tonalità maestose e terribili ma al contempo illuminate da una luce argentea di democratica giustizia che rimanda in più occasioni al personaggio dell’Elfa Galadriel nella Saga Degli Anelli, da lei stessa interpretata. Pallida e diafana, Cate Blanchett delinea con pochi lividi tratti la personalità complessa e sfaccettata della grande sovrana.

Molteplici sono i personaggi che prendono parte ad una partita a scacchi senza esclusione di colpi, alcuni in veste di semplici pedine manovrate da forze oscure e impenetrabili, altri figure portanti e decisive che imprimono una direzione univoca e irreversibile alle svolte narrative.

Ogni inquadratura pare riprodurre con stilemi di matrice artistica le iconografie della pittura fiamminga dell’epoca. La macchina da presa di Shekhar Kapur si muove con passi felpati mentre pare spiare dall’alto le pieghe più intime e nascoste dell’animo di Elizabeth e poi senza preavviso spiega le ali per lambire le onde di tempesta che incombono minacciose sul suo destino. Per conoscerlo, la regina interpella l’astrologo di corte, che sciorina fosche e indefinite previsioni sull’ascesa di un impero parallela alla decadenza di un altro, mentre per sondare le intime pulsioni della sovrana gli sarà sufficiente osservarne il volto.

Intenso e poetico, struggente e virile, il racconto mette in luce con tatto e delicatezza gli intimi tormenti di una donna prigioniera del proprio ruolo, costretta ad anteporre la ragion di stato ai propri desideri.
Sir Walter Raleigh, il leggendario pirata che depredava galeoni spagnoli sulle rotte atlantiche, viene interpretato con stile e aplomb tutto british da Clive Owen in un clone rivisitato di Errol Flynn, che fa battere il cuore della sovrana riponendo in lei enorme stima e fiducia in una malcelata tenerezza. Un conflitto di ruoli impedisce lo sbocciare della passione di amorosi sensi: lui vorrebbe abbracciarla in un trasporto virile e dominatore, ma si scontra con la ruvida alterigia che il ruolo di sovrana le impone.

In un maestoso avvicendarsi di dissolvenze incrociate da antologia, Shekhar Kapur pare spiare dietro le imponenti colonne della reggia il triangolo amoroso tra Raleigh, la regina e Bess (Abbie Cornish) la favorita damigella di corte che diverrà sua sposa.
Il tradimento degli amanti scatena nell’animo regale un’esplosione di gelosia folle e incontrollata, anticamera dei sanguinosi venti di guerra scatenati contro di lei dalla cosiddetta Invincibile Armata spagnola di Filippo II.

Un lavoro - quello di Kapur - che riflette ambientazioni ed atmosfere in un registro sontuoso, ambizioso, maestoso: regale, appunto. Sorretto da fotografia e costumi da premio Oscar e da un cast superbo, il lungometraggio si avvale di una ricostruzione al contempo storica e leggendaria, il cui punto di forza è senza dubbio l’eclettismo di Cate Blanchett come pure a buon diritto il comprovato (e troppo spesso sottostimato) talento di Geoffrey Rush nel ruolo del fidato Primo Ministro Francis Walsingham: personaggio-chiave nella risoluzione del complotto ordito dagli spagnoli servendosi della cugina Mary Stuart (caricata eccessivamente da Samantha Morton in una lettura sull’orlo del melodramma) decapitata nel 1587 contro il volere di Elizabeth. Nel tentativo di sventare il colpo di stato, il Primo Ministro Walsingham rimane «imprigionato nella sua stessa rete». Eppure resterà fedele al fianco della regina fino alla commovente dipartita.

Come per il già citato The Queen di Stephen Frears, i personaggi assurgono a modelli di riferimento senza tempo, che paiono lanciare un severo ammonimento contro i fanatismi fondamentalisti di ogni epoca: al centro di tali sommovimenti universali si innalza una figura «di rara grandezza» che sacrifica la donna per la sovrana.
«Mi chiamano la Regina Vergine, perché non ho né consorte né figli. Sono la madre del mio Popolo: Dio mi doni la forza di sopportare questa immensa libertà. Sono la vostra Regina, sono me stessa».

©® Annalisa
Giovedì 8 Novembre 2007
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