CENTOCHIODI
(Italia, 2007)
di Ermanno Olmi
Raz Degan Il ‘Professorino’

Come Martin Lutero nel 1517 affisse sulla porta della chiesa di Wittenberg le sue 95 tesi per confutare l’efficacia delle indulgenze, così il protagonista del nuovo (e pare ultimo) film narrativo firmato Ermanno Olmi trafigge con cento chiodi i preziosi volumi religiosi della facoltà di teologia presso cui insegna, gettando lo scompiglio nella vita tranquilla e cadenzata del bibliotecario e del sacerdote che ha dedicato l’intera esistenza a collezionare testi sacri.

Portata avanti con grinta e determinazione, la protesta del “Professorino” – così viene soprannominato dagli studenti – attiene alla funzione educativa e formativa dei testi, che «pur necessari, non parlano da soli» - come recita la didascalia iniziale. L’atto di trafiggere i testi sacri con lunghi e pesanti chiodi da costruzione si concretizza in una forma di ribellione tutta personale alla propria «vita di carta», sfociando in una fuga dal mondo civilizzato per ritrovare la dimensione più umana e autentica delle cose.

Il professore che decide di dare una svolta alla propria vita unendola in comunione con quelle semplici che abitano in umili alloggi abusivi sulle sponde del fiume Po - da sempre caro a Olmi – s’incarna nel reale in una sorta di figura cristologica, seguita e ascoltata con rispetto e devozione da chiunque vi s’imbatta.

Olmi sussurra la sua ennesima parabola umana attraverso uno schema narrativo che confonde e abbaglia nella sua cristallina semplicità. Ma questa volta la sua voce si leva coraggiosamente proprio contro quella sacra istituzione che pareva aver sempre rispettato, la Chiesa con tutto il suo bagaglio di opportunismi, falsità e ipocrisie a buon mercato.

Memorabile l’accesissimo confronto tra il Professore e il Sacerdote, tra cui avviene un fulmineo scambio di ruoli: così il Professore da “carnefice” diviene subito vittima delle feroci recriminazioni di un prete ironicamente indiavolato nella strenua difesa del patrimonio della propria esistenza, in un alternarsi di battute che senza alcun dubbio resteranno negli annali del cinema. Il Professore - e Olmi in totale partecipazione con lui – punta il dito contro Dio: «Sarà Lui alla fine dei tempi a dover rendere conto all’umanità di tutto il male che ha generato».

Il ritmo lento e cadenzato, sottolineato come sempre dalle splendide sinfonie di Fabio Vacchi e costellato di passaggi gradevolmente comici, avvolge di sospesi incanti atmosfere e situazioni, a volte volutamente improbabili (l’occupazione abusiva del rustico abbandonato) a tratti invece malinconiche e struggenti (l’attesa vana della giovane fornaia tra viali illuminati da fiaccole di benvenuto).

Una volta di più Olmi coglie di sorpresa, spiazza con il suo risoluto J’accuse contro le religioni «che non hanno mai salvato il mondo» - spesso ponendosi al servizio dei potenti – destabilizza e confonde le certezze con la grande, inimitabile, diretta semplicità attraverso cui si cala nei gesti, nelle espressioni, nei volti dei suoi personaggi di umana celluloide.

©® Annalisa
Lunedì 30 Aprile 2007
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