LE VITE DEGLI ALTRI
(Germania, 2006)
di Florian Henckel Von Donnersmarck
Ulrich Mühe
Sebastian Koch
Martina Gedeck
Ulrich Tukur
Thomas Thieme
Hans-Uwe Bauer
Volkmar Kleinert
Matthias Brenner
Charly Hübner
Herbert Knaup
Capitano Gerd Wiesler
Georg Dreyman
Christa-Maria Sieland
Luogotenente Maggiore Anton Grubitz
Ministro Bruno Hempf
Paul Hauser
Albert Jerska
Karl Wallner
Udo
Gregor Hessenstein


La rinascita del cinema tedesco

Livide luci al neon illuminano corridoi grigi e asettici che conducono alla spoglia sala interrogatori in cui viene brutalmente trascinato il "sospettato" di turno, che il Capitano Gerd Wiesler - freddo e implacabile funzionario della Stasi - sottopone ad un interminabile, estenuante, crudele interrogatorio volto a sfinire il malcapitato estorcendogli una terribile confessione, che a sua volta incolperà altri sventurati.

Nel drammatico antefatto prende corpo la sintesi della denuncia sociale del trentaquattrenne Florian Henckel von Donnersmarck al suo esordio dietro la macchina da presa, che si traduce in un'opera dalla regia solida e dalla sceneggiatura di ferro (salvo un errore grossolano verso la fine, che ovviamente non posso svelare) per cui Henckel ha condotto una dettagliata ricerca d'archivio esaminando i dossier della Stasi, attualmente aperti alle consultazioni: migliaia di fascicoli raccolti in decenni di cinico e disumano spionaggio, perpetrato dalla terrificante polizia segreta dell'ex DDR e dai suoi funzionari, appoggiati da uomini politici che a loro volta li controllavano e li spiavano. Una denuncia precisa e documentata nella ricostruzione di ambienti e situazioni, che mette a fuoco con lucido realismo le intimidazioni ricattatorie subite da chiunque fosse anche solo sospettato di destabilizzare dall'interno il regime comunista: soprusi incruenti e quasi "umani" rispetto ai metodi attuati dalle SS, ma non per questo meno agghiaccianti.

Il Capitano Wiesler (uno straordinario Ulrich Mühe) assiste alla prima dell'opera teatrale del commediografo Georg Dreyman (Sebastian Koch, visto recentemente nello splendido Black Book di Paul Verhoeven nel ruolo del nazista armato di buoni sentimenti).

Nonostante il suo diretto principale - il luogotenente maggiore Grubitz - e il bieco ministro Hempf ritengano Dreyman "pulito" e al di sopra di ogni sospetto, Wiesler insiste per metterlo sotto sorveglianza e ottiene l'autorizzazione, occultando microspie nella dimora dello scrittore per origliarne le conversazioni 24 ore su 24, registrando ogni suo movimento e pronto a cogliere e a denunciare il pur minimo segnale di cospirazione ai danni del regime. Dreyman in un primo tempo dimostra la sua passiva accettazione della dittatura comunista, non osando mai criticare il Partito che tuttavia da anni ha messo fuori gioco il suo regista di fiducia nonché amico Albert Jerska, togliendogli il libero esercizio della professione e condannandolo ad una vita senza significato né prospettive.

Proprio quando Dreyman si decide a compiere un atto di coraggio, il Capitano Wiesler, solo apparentemente inumano e privo di emozioni, scopre di nutrire gli stessi ideali di colui che controlla e per la prima volta reagisce allo squallore della propria vita solitaria, prendendo coscienza con sofferto sgomento ma al contempo con sollievo della sua cieca e assurda schiavitù al regime. Questo il riassunto della prima parte del film, che scorre via leggero e avvincente come solo di rado avviene nel cinema tedesco. Basti a stimolare il lettore alla visione: il resto del plot deve restare gelosamente custodito nelle pieghe dell'aspettativa che se ne crea, onde non guastarne la fruizione - rigorosamente in sala.

Grazie a pellicole di matrice storica - La Caduta di Oliver Hirschbiegel; Rosenstraße di Margarethe Von Trotta; Sophie Scholl/Die letzten Tage [Sophie Scholl - Gli Ultimi Giorni/La Rosa Bianca] di Marc Rothemund - il cinema tedesco sta rifiorendo sulla scia dei mai dimenticati Fassbinder/Wenders/Herzog, annoverando nell'inaspettata quanto gradita rinascita anche lavori di prossima uscita quali Ich bin die Andere [Io sono l'altra, n. d. R.] di Margarethe Von Trotta, incentrato sui conflitti tra uomo e donna; Irina Palm del bavarese Sam Garbarski, già premiato al Festival di Berlino del 2007; Sehnsucht/Nostalgia di Valeska Grisebach; la parodia secondo Dani Levy Die wirklich wahrste Wahrheit über Adolf Hitler [La verità veramente più vera su Adolf Hitler, n. d. T.]; senza omettere la Doris Dörrie di Männer.../Uomini... - che nel già lontano 1985 ottenne un enorme successo di pubblico e critica, non solo in Germania - attesa per Wie man sein Leben kocht [Titolo un tantino bizzarro e difficile da rendere in italiano, che significa letteralmente: Come ci si cucina la vita, n. d. T.]

Con perizia calligrafica e grande scioltezza narrativa, in una regia classica che intesse un plot avvincente fino alle ultime sequenze, supportato da un ottimo cast, Florian Henckel Von Donnersmarck dipinge un affresco livido e impietoso della DDR alle soglie della caduta del Muro, immergendoci in un passato recente, quasi completamente rimosso dalle coscienze del popolo tedesco proprio perché per certi versi ancora più angosciante dell'Olocausto: un triste universo intriso di sottili violenze, intimidazioni occulte, ciniche persecuzioni, vite segnate dallo squallore dell'oblio forzato in uno dei regimi più cupi e atroci del Novecento.

©® Annalisa
Martedì 10 Aprile 2007
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