INTRIGO A BERLINO
(U.S.A. 2006)
di Steven Soderbergh
George Clooney
Cate Blanchett
Tobey Maguire
Jack Thompson
Ravil Isyanov
Beau Bridges
Leland Orser
Robin Weigert
Dave Power
Christian Oliver
David Willis
Don Pugsley
Capitano Jacob 'Jake' Geismer
Lena Brandt
Patrick Tully
Membro del Congresso Breimer
Generale Sikorsky
Colonnello Müller
Bernie Teitel
Hannelore
Luogotenente Schäffer
Emil Brandt
Franz Bettmann
Gunther Behn


The Good American

Autore della splendida fotografia in bianco e nero stile Anni ’40 sotto lo pseudonimo di Peter Andrews, Steven Soderbergh insiste sui primissimi piani di Cate Blanchett e George Clooney illuminandoli come se fossero la coppia Bergman/Bogart e rievocando atmosfere e situazioni di un cinema che non esiste più, sfondo nostalgico di grandissime icone del passato con cui l’intero cast è chiamato a confrontarsi in una sfida per nulla facile.

Attraverso materiali d’archivio autentici, filmati da Billy Wilder e William Wyler, Soderbergh rievoca la Berlino post-bellica con i suoi palazzi sventrati che riflettono le anime svuotate di personaggi alla deriva, che lottano disperatamente per non naufragare nel dolore dei propri ricordi.

George Clooney interpreta con la consueta grande versatilità il corrispondente di guerra americano Jake Geismer inviato a Berlino per seguire la Conferenza di Pace di Potsdam, dove i leader degli Alleati stanno per decidere le sorti di una Germania agonizzante e i destini dell’Europa liberata e al contempo drammatica anticamera della Guerra Fredda. Accompagnato dal suo autista, il Caporale Tully (Tobey Maguire), americano corrotto e violento che vive di espedienti, Jake Geismer ritrova tra le macerie un antico amore mai dimenticato, la bella e dannata Lena, superbamente interpretata da Cate Blanchett. Da questo antefatto si dipana un plot intricatissimo e a tratti difficile da seguire, che ricalca la tipologia dei noir del cinema americano classico per stilemi recitativi, atmosfere, struggente colonna sonora.

Il rossetto scuro che ricopre le labbra sensuali di Cate Blanchett richiama immediatamente alla memoria i tratti del volto e lo sguardo perduto delle eroine portate sullo schermo da Ingrid Bergman o da Marlene Dietrich. I chiaroscuri netti e penetranti che disegnano volti ed espressioni di George Clooney rievocano il fascino ruvido e compassato di Humphrey Bogart. L’aspetto torbido e lascivo di Tobey Maguire fa correre col pensiero ai classici vilain a tutto tondo impersonati da Peter Lorre.

Per ricreare al meglio gli scenari della Hollywood Anni ’40, Soderbergh si è avvalso di tecniche e stilemi propri dell’epoca: direzione degli attori in uno stile decisamente teatrale, lenti a focale fissa, dissolvenze a tendina e incrociate. Persino la locandina ricalca fedelmente la veste grafica del passato. Proprio questa cura eccessiva per i dettagli è stata rimproverata al regista - nonché direttore della fotografia e montatore sotto due distinti pseudonimi - secondo alcuni “reo” di aver generato il remake non di un vecchio film, bensì di uno stile già vissuto, togliendo emozioni ed anima alla pellicola, definita senza mezze misure “cinefila, cine-saccheggiatrice, da archeologia della celluloide”.
Senza ombra di dubbio il film si articola in un percorso alquanto intricato di citazioni variegate e complesse, permeato da un’aura vagamente western che richiama alcuni capolavori del passato. La figura del tipografo ebreo orribilmente menomato da un esperimento nazista – che il caporale Tully apostrofa con noncurante disprezzo “pisello spuntato” - rimanda alla comparsa dell’informatore dedito all’alcool nel capolavoro di Sergio Leone Il Buono, Il Brutto Il Cattivo (1966) che il mitico Lee Van Cleef nel ruolo di Sentenza chiama con rispetto “mezzo soldato”.

L’impronta del grande Hitchcock s’intravede ovunque: le svolte filmiche intricate ricordano Notorius o Intrigo Internazionale; lo sguardo perduto e disperato di Cate Blanchett/Lena Brandt rievoca espressioni e movenze di Kim Novak in Vertigo; la sequenza conclusiva in aeroporto sotto la pioggia battente richiama immediatamente Casablanca di Michael Curtiz (1942).

Eppure ogni singolo fotogramma trasuda passione, forza evocativa, fascino torbido e impenetrabile di un cinema ormai archiviato ma mai dimenticato.
Unica concessione alle tecniche di matrice moderna è la libera rappresentazione della violenza e del sesso - allora rigidamente regolamentati dal severo Codice Hayes. In tal modo e per sua stessa ammissione, Soderbergh è stato in grado di ricreare “una forma estetica del passato con la libertà espressiva contemporanea, onde poter parlare del presente rivolgendosi al passato”.
Emblematica in questo senso è la scena in cui Lena percorre le strade di Berlino con il manifesto di Stalin che campeggia gigantesco alle sue spalle, proiettando ombre sinistre di incombenti presagi.

Forse la vera forza di questo lavoro risiede nel mutamento prospettico attraverso cui ogni singolo evento viene filtrato dai protagonisti e vissuto da differenti punti di vista in un percorso filmico analogo al parallelo Black Book di Verhoeven. Anche Soderbergh ripercorre la Storia sotto forma di parabola sull’ambiguità umana, che non assolve né condanna ma semplicemente ritrae un affresco realista e disincantato di una realtà post-bellica in cui “i cattivi non sono necessariamente quelli che ti sparano addosso”.

©® Annalisa
Venerdì 23 Marzo 2007
Riproduzione Riservata