BLACK BOOK
(Olanda/Belgio/UK/Germania, 2006)
di Paul Verhoeven
Carice van Houten
Sebastian Koch
Thom Hoffman
Halina Reijn
Waldemar Kobus
Derek de Lint
Christian Berkel
Dolf de Vries
Peter Blok
Michiel Huisman
Ronald Armbrust
Frank Lammers
Matthias Schoenaerts
Johnny de Mol
Rachel Stein/Ellis de Vries
Ludwig Müntze
Hans Akkermans
Ronnie
Gunther Franken
Gerben Kuipers
Generale Käutner
Notaio Smaal
Van Gein
Rob
Tim Kuipers
Kees
Joop
Theo


Love and Death

La sequenza introduttiva si apre su paesaggi aridi e polverosi in Israele negli Anni ’50, dove una giovane insegnante elementare s’imbatte in una turista curiosa che scopre subito di conoscere e che in un attimo la riporta indietro in un passato perduto nelle pieghe della memoria, per farle rivivere con la mente e con il cuore attimi mai dimenticati, percepiti come una ferita profonda che stenta a rimarginarsi.

Anche il regista Paul Verhoeven, olandese purosangue, con questa pellicola ritorna al passato, rispolverando lo stile vivido e asciutto dei primi lavori del periodo olandese – Soldato D’Orange e L’Amore e Il Sangue – film d’esordio per un giovanissimo Rutger Hauer già assurto agli onori di attore-feticcio di questo controverso regista.

La lunga digressione della protagonista costituisce l’ossatura centrale, il perno di tutto il film. “Prima ti fanno cantare e il giorno dopo ti tappano la bocca” è l’amara constatazione di Rachel Stein, ex cantante ebrea che scampa per miracolo alla strage dell’intera famiglia e si arruola nelle fila della Resistenza olandese assumendo l’identità di Ellis de Vries. Una donna a tutto tondo, coraggiosa e leale, che lotta disperatamente per la sopravvivenza in un mondo di lupi affamati.

Il controverso lavoro di Verhoeven - foriero di polemiche già all’epoca della presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia - assume i connotati di parabola sull’ambiguità umana e sul trasformismo opportunista: pedine di un ingranaggio perfetto oliato in stilemi di matrice hitchkockiana, tutti i personaggi fanno il doppio gioco, molti tramano nell’ombra e alcuni non esitano a tradire e a consegnare al nemico con indifferente noncuranza gli amici più intimi, persino quelli che hanno visto crescere.

Il regista spiega che in una situazione estrema non esistono buoni e cattivi, non c’è spazio per tonalità definite, ma solo per ombre e grigi malcelati: il male non si occulta solamente tra i nemici, ma si annida anche tra coloro che si crede siano dalla nostra parte. Rachel/Ellis scoprirà suo malgrado che non tutti i compagni sono leali e non tutti i nazisti sono spietati. Verhoeven non mente e neppure bara (!) sul corso della Storia, ammettendo la ferocia dei nazisti, dipinti con tratti lividi e impietosi nelle figure-chiave di Gunther Franken e del Generale Käutner – rispettivamente Waldemar Kobus e Christian Berkel, strepitosi. La Resistenza è valore assoluto e universale, eppure nasconde crimini aberranti e atteggiamenti discriminatori che si pongono sullo stesso piano di ferocia delle dittature che combattono.

Per questa indagine senza pudore e senza veli sulla morale dell’ambiguità, Verhoeven - regista da sempre poco incline a scendere a compromessi - è stato (ingiustamente) accusato di revisionismo. Marchio di fabbrica del cineasta olandese è lo stile asciutto con cui intesse immagini spesso crude, dirette, eppure oneste e imparziali, in cui si articolano nervose e veloci le svolte filmiche essenziali, coordinate da una regia decisa e dinamica in un tratto caratteristico che non va troppo per il sottile.

Uguale prospettiva narrante connota lo stile di Polanski, che con l’inquietante Pianista (2002) denuncia non solamente l’atroce crescendo degli orrori che i nazisti imposero agli ebrei, ma al contempo l’omologa ferocia con cui i sovietici disposero dei prigionieri di guerra e non in ultimo focalizza il tradimento infido e sotterraneo di molti ebrei nei confronti del loro popolo.

In Black Book si dipanano svolte filmiche degne della migliore tradizione thriller, convogliate in una suspense che non cede mai e regala due ore e mezza di ritmo avvincente che tiene col fiato sospeso, tra ribaltamenti prospettici a volte prevedibili a volte meno e colpi di scena che avrebbero impressionato lo stesso Maestro Hitch.

Il libro nero della Resistenza è lo stesso che Ellis stringe tra le mani come prova della propria innocenza, spia rivelatrice dei tradimenti dei compagni, ancora più infidi di quelli perpetrati dai nemici e tra i nemici, proprio perché inaspettati.

Alle prime avvisaglie di crisi con l’industria del cinema americano - che regala facili incassi ma limita la libertà di girare entro un ferreo diktat di stilemi morigerati, imponendo la censura al primo sentore di ambiguità morale e di fronte ad una carica sessuale che tracima da se stessa – come quella che imprime quasi tutte le pellicole copyright Verhoeven - il controverso cineasta non ha esitato a rientrare nella natia Olanda dopo ben 22 anni per girare un film strepitoso a distanza di sei anni dall’ultima pellicola del periodo hollywoodiano, L’Uomo Senza Ombra. Autore di lavori di enorme successo quali Robocop, Total Recall e Basic Instinct, Verhoeven lascia gli Stati Uniti senza troppi ripensamenti e realizza un film nel tipico stile senza mezze misure, in cui anche un nazista può innamorarsi con tenerezza (nella splendida interpretazione di Sebastian Koch) mentre chi si mostra come il più coraggioso dei compagni può nascondere il sadismo più bieco e perverso nel tradire i propri amici.

E Verhoeven si rivela un vincente, perché Black Book è campione d’incassi in Olanda e in tutta Europa, conquistando persino la critica diffidente di Le Monde, che lo ha definito “dramma umano palpitante e luminoso, una lezione di umanità e d’inquietudine”.

Il lavoro di Verhoeven assume pertanto precisi connotati di studio dei rapporti interpersonali complessi e spesso sfuggenti, di analisi sfaccettata delle reazioni umane in contesti estremi, ma senza (im)porsi quale documentario monolitico e didascalico: al contrario avvince ed entusiasma come un noir di classe in cui – su un cast d’eccezione ove ogni attore si distingue per talento e partecipazione totale al narrato - risalta l’interpretazione a tutto tondo di una straordinaria Carice Van Houten, di cui sentiremo parlare ancora e molto presto.

©® Annalisa
Venerdì 23 Febbraio 2007
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