APOCALYPTO
(U.S.A. 2006)
di Mel Gibson
Rudy Youngblood
Dalia Hernandez
Jonathan Brewer
Morris Birdyellowhead
Carlos Emilio Baez
Ramirez Amilcar
Israel Contreras
Israel Rios
María Isabel Díaz
Raoul Trujillo
Gerardo Taracena
Rodolfo Palacios
Zampa di Giaguaro
Sette
Blunted
Flint Sky
Corsa di Tartaruga
Naso arricciato
Nebbia fumosa
Foglia di Cacao
Suocera
Lupo Zero
Middle Eye
Veleno di Serpente


Ovvero: La forza visiva di un regista anticonvenzionale

Dopo la sferzata dritta al cuore della splendida e indimenticabile Passione Di Cristo , Mel Gibson torna nelle vesti di regista con un’opera altrettanto coraggiosa di uguale potenza evocativa, espressa a sua volta in lingua originale con sottotitoli. Se gli stupendi fotogrammi della Storia di Gesù erano accompagnati e valorizzati dalla recitazione diretta in aramaico, ebraico e latino, in Apocalypto le sequenze parlate vengono espresse in yucateco, lingua antica e ormai dimenticata dei Maya, civiltà mitica e violenta avvolta in un’aura di mistero.

Composto da attori e attrici per lo più non professionisti – ad eccezione dell’apache Raoul Trujillo nel ruolo dello spietato capo tribù Lupo Zero – il cast si distingue per una palpabile quanto rara partecipazione emotiva alle drammatiche vicende narrate. Su tutti risalta l’intensa interpretazione dei due attori protagonisti, i ballerini professionisti Rudy Youngblood (Zampa di Giaguaro) e Dalia Henandez (Sette), entrambi alla prima apparizione cinematografica.

Il plot si dipana in stilemi alquanto semplici e diretti, aprendosi sulle vicende di ordinaria “quotidianità” venatoria di una pacifica tribù che abita un villaggio immerso nella giungla, espediente narrativo per suscitare empatia verso i personaggi. Il saccheggio del villaggio - ad opera di un manipolo di feroci guerrieri Holcane a caccia di prede umane da immolare a vittime sacrificali per placare la sete di dèi altrettanto spietati – viene annunciato da un episodio che assume i contorni di tragica visione premonitrice nel sonno inquieto di Zampa di Giaguaro. Eroe a tutto tondo, leale e valoroso, riesce a nascondere la sua famiglia in una caverna sotterranea per proteggerla e sottrarla al rabbioso assalto dei guerrieri, prima di essere trascinato in un’odissea interminabile fatta di persecuzioni e prigionia che culmina nella sequenza del rito sacrificale interrotto da un’eclissi provvidenziale, cui si susseguono affannosi inseguimenti a perdifiato attraverso una giungla mai tanto selvaggia.

L’impronta di Balla Coi Lupi è distinguibile non soltanto per la presenza di Dean Semler - che vinse un Oscar proprio per il film di Kevin Costner nel medesimo ruolo di direttore della fotografia - bensì anche nelle modalità strutturali su cui poggia l’adrenalinico lungometraggio copyright Mel Gibson. Il regista riesce a focalizzare con sottile perizia le peculiarità contrapposte dei capi delle due tribù rivali: la prima, mite e pacifica, vede nel patriarca Flint Sky una figura degna di rispetto in virtù della sua innata saggezza, alleggerita da un sense of humour di stampo moderno; la seconda – schiacciata dalla violenza del capostipite accentratore Lupo Zero – si pone nei suoi confronti in un timore reverenziale che assume i tratti della sua stessa ottusa ferocia. Per le incessanti riprese, sfociate in un tempo di lavorazione doppio del previsto per via delle piogge torrenziali, il regista newyorkese purosangue - che si considera ormai un “ex-attore” a tutti gli effetti (speciali) - si avvale dell’ormai celebre macchina da presa digitale Genesis per conferire ulteriore dinamicità alle scene mozzafiato, limitando l’uso dei ralenti alle sequenze topiche (la caccia al tapiro, la caduta nelle cascate, l’assalto del giaguaro, il morso del serpente velenoso).

Nella disperata lotta contro il tempo per liberare la moglie incinta e il piccolo primogenito, Zampa di Giaguaro si lancia in una fuga a perdifiato verso la libertà, traendo energie inesauribili dall’istinto di sopravvivenza e dalla ferma volontà di riabbracciare i suoi cari “per cercare un nuovo inizio”. La natura è dalla sua parte e lo aiuta a sconfiggere i temibili nemici uno ad uno in un vortice inarrestabile di sequenze da antologia, che mettono in luce il lato più oscuro di una civiltà di indubbio valore, incrinata tuttavia da crudeli superstizioni.

Le incursioni dei vascelli battenti bandiere portoghese e spagnola - ben più temibili e devastanti di quelle delle tribù locali – vengono solamente accennate nella scena conclusiva, che racchiude in sé il messaggio etico ancora una volta lanciato da Gibson, per cui “il crollo di una civiltà avviene in primo luogo dall’interno” se manca il rispetto della natura e delle leggi morali da parte degli esseri umani che la compongono.

©® Annalisa
Venerdì 26 Gennaio 2007
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