UN’OTTIMA ANNATA
(U.S.A. 2006)
di Ridley Scott
Russel Crowe
Marion Cotillard
Abbie Cornish
Archie Panjabi
Albert Finney
Freddie Highmore
Tom Hollander
Rafe Spall
Richard Coyle
Isabelle Candelier
Didier Bourdon
Jacques Herlin
Valeria Bruni Tedeschi
Kenneth Cranham
Gilles Gaston-Dreyfus
Giannina Facio
Max Skinner
Fanny Chenal
Christie Roberts
Gemma, Segretaria di Max
Zio Henry
Max bambino
Charlie Willis, Amico di Max
Kenny
Amis Lo Squalo
Ludivine Duflot
Francis Duflot
Papà Duflot
Notaio Nathalie Auzet
Sir Nigel
Enologo
Maître D’Hotel


In Vino Veritas

Leggero e gradevole, proprio come un ottimo vino francese, il nuovo lavoro di Ridley Scott si sorseggia lentamente al primo assaggio per poi ingerirlo tutto d’un fiato senza accorgersi dello scorrere del tempo. Marchio indelebile del mitico regista di Blade Runner è la perfetta definizione del cast, su cui - tra gli attori di contorno, ove fa la sua consueta apparizione Giannina Facio - emerge in assoluto una straordinaria Archie Panjabi nei panni della solerte segretaria di Max. La splendida fotografia dalle sfumate e lucenti tonalità illumina un paesaggio da favola che fa da sfondo ad una commedia fresca e gradevolissima, dalla solida regia che sostiene senza fatica una sceneggiatura impeccabile, costruita sul sorprendente talento comico di Russel Crowe alla sua seconda (e pare non ultima) collaborazione con il regista inglese.
Tuttavia alcune osservazioni infelici rivelano deprecabili pregiudizi di Scott nei riguardi degli italiani e – a differenza del film nella sua interezza - non vanno proprio giù:
“Non dimenarti come un italiano!” – così lo zio Henry – un inossidabile Albert Finney, protagonista assoluto degli incessanti flashback - ammonisce il nipote Max, in cui già si annidano i germi del futuro broker rampante senza scrupoli; “Io non andrei a Roma” – consiglia solerte l’amico di Max alla bella Christie scottata dal sole della Provenza – “C’è troppa gente, ci sono più piccioni che persone… Venezia è certamente splendida, ma sta affondando…”

Il plot è quanto di più semplice, diretto e lineare ci si possa immaginare: Max Skinner, broker londinese con pochi scrupoli, che fa delle spregiudicate manovre finanziarie il proprio credo e la propria ragione di vita, riceve in eredità dallo Zio Henry, l’unica persona verso cui avesse provato un barlume d’affetto, una tenuta vinicola in Provenza, la Siroque. Da questa svolta narrativa si dipanano situazioni di una comicità irresistibile, che sfociano nel pur prevedibile happy end in cui Max ritrova la sua dimensione più autentica e riscopre la parte migliore di sé, che credeva sopita per sempre nelle pieghe di un’infanzia remota eppure mai dimenticata. Da quel momento, tutti coloro che entrano a contatto con la Siroque ne restano come stregati. Archetipo della figura femminile di matrice scottiana, la bella e grintosa Fanny - che aveva incontrato Max da bambina nella tenuta, sussurrandogli sulle labbra un’essenza di poesia rimossa dalla psiche ma indelebile nel cuore – lo riconosce davvero a metamorfosi compiuta: il ritorno alla purezza e all’innocenza della propria infanzia, Coîn Perdu, angolo perduto (e ritrovato).

Scott si lancia a rompicollo in una satira irriverente che non risparmia neppure gli inglesi, divertendosi a mettere alla berlina gli stereotipi più comuni ( i francesi mangia-rane, l’inglese snob, il tedesco crucco, l’americano privo di gusto).
La divertita parodia si traduce nell’eterno scontro tra popoli e si esprime attraverso la rivalità tra gli inglesi “conquistatori” (i proprietari della tenuta) e i coltivatori locali francesi (i vignaioli Duflot), raggiungendo il culmine nella partita a tennis tra Max Skinner e Francis Duflot, che assume valenza di battaglia all’ultimo respiro con cui l’uno si conquista la stima e il rispetto dell’altro.

Articolando l’opera in un incessante montaggio alternato tra flashback e azione corrente - metafora tutta proustiana della concatenazione tra passato e presente per cui l’uno riaffiora nell’altro - Ridley Scott riesce persino ad indulgere in una deliziosa citazione auto-referenziale da Blade Runner nella sequenza della piscina allagata, da cui Max riemerge coprendosi gli occhi con due palline da tennis (evidente emulazione di Rutger Hauer/Roy Batty nella scena degli occhi artificiali).

Il tema-chiave della storia può essere ricondotto a quello principe di Patrice Leconte, sviluppato dal regista francese anche nel suo recentissimo Il Mio Migliore Amico. Il messaggio che Scott riesce così bene a trasmettere è l’anelito all’innocente purezza della propria infanzia, alla riscoperta dei valori per cui valga la pena vivere, a dispetto del motto iniziale di Max, suo apparente unico credo: “Vincere non è tutto, è la sola cosa”. Mentre lo zio Henry - saggio e misurato, ma al contempo pervaso da un entusiasmo tutto infantile, trascinante come l’omologo personaggio di Bruno nel film di Leconte – ammonisce bonariamente Max sconfitto a tennis: “Nella vita non si può sempre vincere! Perdere insegna a diventare saggi... bisogna saper accettare le proprie sconfitte con fairplay, purché non diventino un’abitudine…”

In Vino Veritas,
recita l’adagio di antica saggezza latina: ma zio Henry nascondeva molti strani segreti, non esattamente gli stessi che costituiscono il minimo comune denominatore tra finanza e comicità: i tempi, che nella pellicola del grande regista inglese sono sempre sapientemente sincronizzati e regalano gag irresistibili e imperdibili.

©® Annalisa
Venerdì 22 Dicembre 2006
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