IL MIO MIGLIORE AMICO
(Francia, 2006)
di Patrice Leconte
Daniel Auteuil
Dany Boon
Julie Gayet
Julie Durand
Henri Garcin
Jacques Mathou
Marie Pillet
Élisabeth Bourgine
Jacques Spiesser
Marine Laporte
Audrey Marnay
Marie Mergey
François Coste
Bruno Bouley
Catherine
Louise Coste
Étienne Delamotte
Papà di Bruno
Mamma di Bruno
Julia
Letellier
Britney
Marianne
La vedova al funerale


Volpi Addomesticate

François Coste, scialbo e anonimo mercante d'arte, colleziona oggetti antichi partecipando alle varie aste antiquarie in società con la bella e fidata Catherine (un'intensa Julie Gayet). Durante una cena di lavoro, la conversazione cade sul concetto universale di Amicizia. Catherine sostiene che il socio in affari non abbia alcun vero amico e scommette che François non riuscirà mai a presentarle alcun amico fidato e disinteressato su cui egli possa contare in qualsiasi momento. Come da copione, François nega l'evidenza anche a se stesso, accettando la sfida lanciatale dalla collega in affari.

La scommessa innesca una serie di situazioni da manuale non prive di umorismo malinconico à la Charlie Chaplin, in un percorso filmico che sfocia nell'incontro quasi casuale con l'autista di taxi Bruno (uno straordinario Dany Boon) con cui per la prima volta François intesse - seppur con fatica e non senza intoppi - un'amicizia autentica in cui credere, senza opportunismi né svolte di comodo.

Come molti percorsi narrativi, la sequenza introduttiva è pregna di metafore e simbolismi di matrice colta e letteraria. François Coste - interpretato con misurata ironia da Daniel Auteuil - appare inquadrato in primo piano in un colloquio telefonico di lavoro, che interrompe frettolosamente perché «è arrivato l'amico che aspettava». L'obiettivo si allontana in campo medio e mostra l'ambientazione funeraria in cui François attende che entri la bara di un defunto: ciò assurge a simbolo premonitore per l'assenza di amicizie da attendere. La chiesa semivuota in cui si sta svolgendo il funerale di un conoscente evoca scenografie che rimandano all'opera teatrale di Eugène Ionesco - Les Chaises - in cui il cerimoniere si rivolge a sedie desolatamente vuote nella metafora della solitudine che genera follia (emblematica in tal senso la figura della vedova).

L'intera storia ruota attorno all'immagine simbolica del vaso greco che raffigura Achille e Patroclo, avvolto in una leggenda secondo cui fu costruito per essere riempito con lacrime di dolore per la perdita di un amico scomparso e che simboleggia l'amicizia autentica, vera, disinteressata (tema-principe di Leconte dai tempi de L'Uomo Del Treno ). Nella sequenza-chiave, l'oggetto - a cui François tiene in maniera spasmodica, finendo per acquistarlo ad un prezzo esorbitante rispetto al suo valore - viene distrutto con rabbia da Bruno mentre grida amareggiato tutto il dolore di un'ennesima delusione: «Ebbene, dove sono le lacrime?».

La citazione dal famoso romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, evoca ancora una volta nella figura della volpe "addomesticata" la metafora dell’amicizia vera.

Dopo L’Uomo Del Treno e Confidenze Troppo Intime , il grande Patrice Leconte torna a contrapporre due personaggi tanto diversi da risultare complementari.

Il freddo e lunare Auteuil/François viene fotografato con luce livida in tutta la sua cinica indifferenza: accettando la scommessa, l’antiquario prende coscienza della propria desolata solitudine, diretta conseguenza della cieca noncuranza con cui ha sempre gestito i rapporti interpersonali; Il conducente di taxi Bruno/Dany Boon - estroverso e solare - si pone invece nei confronti del prossimo con sincerità e immediatezza e riesce facilmente ad accattivarsi la simpatia della gente, qualità che François subito gli invidia e che Bruno tenta di trasmettergli mediante la «Teoria delle tre S: Sorriso, Simpatia e Sincerità, dal momento che» – spiega Bruno: «Il Buonumore è la porta della Felicità».

Chi scrive segue le opere di Leconte con grande interesse e lo considera un regista di spessore che ha molto da dire, sebbene purtroppo rimanga sempre un tantino sottotono, forse in virtù del suo cinema mai urlato, bensì sussurrato e incentrato sui dialoghi e sull’approfondimento psicologico dei caratteri piuttosto che sugli abusati effetti speciali. Tuttavia questo nuovo lavoro si presenta in una veste molto più dinamicamente “cinematografica” rispetto ai precedenti, con riprese tramite macchina a mano e improvvise nervose zoomate sul volto di Auteuil per focalizzare l’indifferente aridità con cui il suo personaggio si rapporta alle persone che lo circondano, senza riuscire simpatico ad alcuno, neppure alla trascuratissima figlia.

La sceneggiatura, solida e infarcita di svolte narrative del tutto verosimili (l’incontro di François con il disperato di turno che gli si appiccica addosso alla conferenza sull’amicizia; la scritta alla porta della Chiesa che recita: «Jésus est ton ami»; la lenta ma progressiva consapevolezza che è proprio Bruno il suo unico vero amico) non è priva di qualche piccola crepa, come l’incongruenza generata da alcune situazioni enfatizzate: i pur goffi tentativi di François di comunicare con gli altri sfociano sistematicamente in un rifiuto al limite del parossismo; in un primo tempo i suoi conoscenti dimostrano di detestarlo sparlandogli alle spalle, ma alla resa dei conti tutti avrebbero voluto essere i suoi migliori amici, Catherine compresa.

Patrice Leconte ha già annunciato pubblicamente di volersi ritirare non appena non avrà più nulla da dire attraverso i propri film, perché sostiene di amare troppo la Settima Arte per potersi scoprire un giorno privo di idee da trasmettere. Chi scrive augura al regista una carriera ancora lunga, trovando invece ancora fertile la sua linfa vitale che si alimenta di sottile ironia e fa sempre centro nel cuore dei valori umani che contano, senza retorica né sentimentalismi e senza sfociare nei facili patetismi del mélo.

©® Annalisa
Mercoledì 20 Dicembre 2006
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