QUALE AMORE
(ITALIA, 2006)
di Maurizio Sciarra
Giorgio Pasotti
Vanessa Incontrada
Arnoldo Foà
Andoni Gracia
Maria Schneider
Magda Mercatali
Timothy Martin
Stefano Patrizi
Giovanni Capaldo
Andrea
Antonia
Robert Stefelmayer
Daniel Chavarria
Marie
Mamma di Andrea
Randy
Augusto
Fabio


Senza Amore

Adattamento del romanzo di Lev Tolstoj Sonata a Kreutzer, l'ultima fatica di Maurizio Sciarra consacra definitivamente Giorgio Pasotti, che si conferma una delle più interessanti promesse del cinema contemporaneo made in Italy. Pasotti offre un'ottima prova recitativa e dimostra di aver persino superato le difficoltà legate alla dizione, che costituivano uno dei suoi limiti più evidenti.

La sequenza introduttiva mostra il protagonista Andrea (Pasotti) che - reduce dalla reclusione in manicomio criminale per aver ucciso a sangue freddo la moglie Antonia (una convincente Vanessa Incontrada) - racconta cinico e disincantato la propria storia ad uno sconosciuto incontrato in aeroporto (un sempre straordinario Arnoldo Foà, che alla veneranda età di 90 anni continua a sfoderare grinta e presenza scenica di alto rango), sulle prime incuriosito dal comportamento del giovane e infine colpito dal “grande dolore che si porta dentro”, perché “si dice che quando Dio vuole punirci esaudisca i nostri desideri”.
Dall'incontro con il viaggiatore, a cui Andrea confida con sollievo le proprie angosce, si dipana una lunga digressione nel passato del giovane, inframmezzata dagli spezzoni di dialogo tra i due sconosciuti, brevi ma intensi rientri all'azione presente.

L'ambientazione ticinese dei flashbacks è pretesto narrativo per evidenziare le ingannevoli apparenze di atmosfere e persone: emblematico in questo senso il riferimento al lago di Lugano che lo stesso Andrea descrive ad Antonia: “Sembra quieto, invece è così scuro e profondo che se ci cadi dentro ti ci perdi per sempre” nell'evidente metafora della personalità di Andrea, mite e tranquillo solo in apparenza ma in realtà agitato da insane passioni che lo spingeranno all'omicidio.

Nel silenzio asettico e ordinato dei luoghi che fanno da background alla vicenda (ispirata anche ad aberranti fatti di cronaca contemporanea) si annida l'opportunismo ipocrita di alcuni ambienti professionali, già evidenziati da Pasotti nel recente Volevo Solo Dormirle Addosso di Eugenio Cappuccio, in cui vestiva i panni dello squalo aziendale Marco Pressi, indifferente alle sorti del personale che era chiamato a ridurre drasticamente in tempi brevissimi.

Le lunghe digressioni si aprono sull'incontro tra Andrea e Antonia in occasione di un concerto di beneficenza organizzato e patrocinato dalla madre di Andrea (che lo opprime con la forte personalità di mamma-manager) in cui è la stessa Antonia a suonare al pianoforte. Il giovane resta letteralmente folgorato dal fascino della concertista e tra i due nasce immediatamente una forte attrazione. Andrea le offre un matrimonio dorato, che troppo presto assume i connotati di gabbia soffocante in cui Antonia resta intrappolata, schiava e vittima di un amore ossessivo. Ogni cosa deve convergere verso il marito accentratore e possessivo, che la vuole tutta per sé come oggetto sessuale esclusivo e al contempo come tenera madre e geisha a lui devota, viziandola come una bambina capricciosa, togliendole ogni spazio vitale e impedendole di coltivare la passione per l'arte se non unicamente fine a se stessa e mai condivisa con altri al di fuori di lui: “Questo abito lo hai indossato davanti a tutti, adesso potrai indossarlo solo per me, no?”

Ma la vocazione musicale di Antonia, incompatibile con la passione morbosa di Andrea - quando Antonia siede al pianoforte regalatole dal marito si sfila la fede prima di suonare - è destinata ad esplodere quanto più il marito tenta di comprimerla o peggio di prenderne il posto, sfociando in tragedia dai contorni shakespeariani.

Il montaggio dallo stile discontinuo passa da una forma più classica ad attacchi dell'inquadratura su se stessa e ad angolazioni atipiche della macchina da presa, regalando momenti di altissimo pathos, come le sequenze degli incubi ricorrenti di Andrea reduce dal manicomio criminale, che resiste al sonno attanagliato dal terrore di rivivere in sogno la sua tragedia annunciata.

L'occhio del regista - prima ancora dello sguardo dello scrittore al cui romanzo l'opera si ispira - non è tuttavia né distaccato né impietoso: tutti in fondo sono vittime di una situazione più grande di loro, compreso Andrea, la cui colpa più grave è forse quella di aver creduto ciecamente nella sua storia d'amore (Quale Amore?) e di essere severo con se stesso almeno quanto lo è verso gli altri: “Non sono seminfermo di mente, Signor Giudice… Lei così mi condanna a morte: Io sono colpevole!!!”

©® Annalisa
Giovedì 23 Novembre 2006
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