LA SCONOSCIUTA
(ITALIA, 2006)
di Giuseppe Tornatore
Kseniya Rappoport
Michele Placido
Ángela Molina
Alessandro Haber
Claudia Gerini
Pierfrancesco Favino
Piera Degli Esposti
Pino Calabrese
Margherita Buy
Irena
Pappone detto “Muffa”
Levatrice Lucrezia
Portinaio
Valeria Adacher
Donato Adacher
Gina, domestica degli Adacher
Giudice
Avvocato difensore di Irena


(S)Irena triste

Nel corso di una carriera tutto sommato breve, decollata nel 1985 con Il Camorrista, Giuseppe Tornatore ha collezionato una filmografia di tutto rispetto, nonostante alcune fasi alterne con relative cadute di tono. Dopo lo splendido lavoro con Totò Cascio in quello che viene considerato tuttora il suo capolavoro, Nuovo Cinema Paradiso, ne La Sconosciuta il regista di Bagheria torna a cimentarsi con il mondo dell’infanzia ma non solo. Sotto la guida attenta e paziente di Tornatore, la deliziosa protagonista Clara Dossena si cala nel ruolo della piccola Adacher con semplicità e naturalezza, incantando un po’ tutti. Ottimo anche il resto del cast, composto quasi esclusivamente da attori e attrici di teatro, tra cui la grande Piera Degli Esposti merita la nomination assoluta.

Un film a tinte forti, quasi violento, ma al contempo intimo, sommesso, sussurrato, che racconta l'odissea di una ragazza ucraina che tenta di sfuggire al proprio passato inseguendo il miraggio di un futuro migliore. La protagonista, Kseniya Rappoport, è proprio attrice sconosciuta in Italia, eppure - bravissima e intensa - riesce a comporre in pochi lividi tratti l'immagine di una donna giunta al capolinea. I personaggi sono dipinti in tocchi essenziali ma credibili, inseriti nella cornice quasi anonima di una Trieste irriconoscibile. L’unico ruolo sopra le righe è interpretato (anche con discreta bravura) da Michele Placido nelle fattezze ripugnanti di protettore perverso e spietato, che tutti chiamano poco affettuosamente Muffa, il cui destino appare inesorabilmente intrecciato a quello di Irena.
Il plot, teso e inarrestabile come un fiume in piena, si dipana nel montaggio alternato dei continui flashbacks che anticipano e riprendono gli sviluppi narrativi dell’azione presente, rendendo gli eventi una sorta di implacabile ripetizione di quelli trascorsi. La regia asciutta ed essenziale - cui Tornatore ci ha ormai abituati - contrappone ai colori sempre accesi e alla luce torrida delle digressioni - che scavano nel drammatico vissuto di Irena – le atmosfere livide, fredde, quasi sempre notturne dell’azione presente, simboleggiando il contrasto tra il passato violento della protagonista e la calma determinazione con cui la sventurata persegue l’obiettivo, inserita suo malgrado in una cornice di quotidianità che assume le sfumature grigie e monotone della solitudine e dell’abbandono di chi è già morto dentro. Irena assapora le fragole come se fossero una Madeleine, rievocando nella propria mente e nel proprio cuore un passato dolce e lontano che non tornerà mai più.

Il destino di Irena assume i connotati di tragica ineluttabilità anche attraverso le sue parole più amare: “Forse il più grave errore che ho commesso è credere davvero che una come me potesse avere un futuro migliore”. La sua vita viene spiata incessantemente da serrature attraverso cui viene scelta da qualcuno che può disporre di lei: se nella vita passata - che Irena tenta invano di lasciarsi alle spalle – erano i clienti del pappone a osservarla con malsana libidine, nell’azione presente è la Signora Valeria Adacher (una più che dignitosa Claudia Gerini) a puntare il dito su di lei per assumerla al proprio servizio.

Se vale il postulato Machiavellico secondo cui “Lo fine giustifica li mezzi”, Irena si macchia di delitti più o meno gravi perseguendo l’onesto obiettivo di ricongiungersi ad una persona a lei cara, insegnandole a rialzarsi e a colpire esattamente come lei stessa si era risollevata infinite volte dagli abissi della propria esistenza.

La colonna sonora di Ennio Morricone sottolinea i passaggi salienti di un’opera molto discussa ma anche molto premiata, che se non altro ha il merito di tenere col fiato sospeso fino all’ultimo fotogramma e di segnare in modo indelebile l'animo di chi la guarda.

©® Annalisa
Giovedì 16 Novembre 2006
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