INSIDE MAN
(U.S.A. 2006)
di Spike Lee
Denzel Washington
Clive Owen
Jodie Foster
Christopher Plummer
Willem Dafoe
Chiwetel Ejiofor
Carlos Andrés Gómez
Kim Director
Detective Keith Frazier
Dalton Russell
Madeline White
Arthur Case
Capo SWAT John Darius
Detective Bill Mitchell
Steve
Stevie


Dietro La Maschera

Abbandonato per un momento il cliché di cineasta impegnato che denuncia gli abusi e le discriminazioni razziali in particolare verso gli afro-americani, pur riprendendo a tratti il tema attraverso battute al fulmicotone o situazioni create ad arte, Spike Lee decide di confezionare un film commerciale sotto forma di avvincente thriller/poliziesco/action-movie ambientato a Manhattan e vince la sfida con se stesso, realizzando una pellicola densa di pathos dalle implicazioni nascoste, che sembra ricalcare il significato del titolo. Inside Man (la talpa, l’informatore, la spia) ma anche l’interiorità di un uomo deciso ad intraprendere un percorso ben preciso e programmato in ogni dettaglio per finalità ben più nobili di ciò che appare. La complessa ma solida sceneggiatura di Russel Gewirtz ruota attorno alla misteriosa figura del rapinatore, un insolitamente ambiguo e minaccioso Clive Owen (visto recentemente in Derailed di Mikael Håfström [Sezione Thriller]) e alle reali motivazioni che lo spingono a mettere in atto una rapina atipica, in cui i malviventi si confondono con gli ostaggi per via di inquietanti maschere fatte indossare a tutti indistintamente. “Con la maschera sono tutti uguali” recita a posteriori un bambino presente tra gli ostaggi durante i pressanti interrogatori della polizia e della SWAT per tentare di smascherare i “colpevoli”. Frase chiave che rivela il messaggio del regista: molti insospettati indossano una maschera di professionale perbenismo per nascondere i propri incidenti di percorso. Incidenti ed errori che accomunano molti personaggi del film, dal poliziotto indagato Keith Frazier (interpretato al solito magistralmente dall’attore feticcio del regista, Denzel Washington) che sogna di regalare alla fidanzata un diamante che “sia per sempre” (piccolo dettaglio all’apparenza privo di significato e al contrario spia rivelatrice di tutto l’intrigo) al ricco banchiere filantropo reso in ogni intima sfumatura dal grande Christopher Plummer (classe 1929!) fino alla potente mediatrice senza scrupoli, pronta a scendere a facili compromessi, interpretata con la necessaria aura ambigua e inquietante da Jodie Foster, ancora una volta perfetta per il ruolo.

I riferimenti a Hitchcock, immortale pioniere del genere poliziesco, si sprecano sia sul piano tecnico sia sul profilo contenutistico e recitativo. I claustrofobici interni della banca vengono resi nervosamente attraverso insistenti panoramiche e rapide inquadrature di volti tesi in primissimo piano e in campo medio, fino al carrello che crea un effetto di scorrimento a rotaia verso lo spettatore per enfatizzare la tensione in una sequenza interpretata da Denzel Washington. Con lo spettro del Nazismo e lo spirito di vendetta rincorso nascondendo l’identità dietro una maschera, Spike Lee riprende i temi già sviluppati in parametri lenti e verbosi nella sceneggiatura dei fratelli Wachowski in V Per Vendetta di James McTeigue [Sezione Fantasy], inserendoli in questo caso in una cornice di suspense e impegno di qualità e interesse decisamente superiori.

Inside Man si apre come film di rapina, ricalcando le orme di Quel Pomeriggio Di Un Giorno Da Cani, realizzato da Sydney Lumet nel già lontano 1975 – film epico a cui Spike Lee rende omaggio attraverso una citazione inserita in una battuta di Denzel Washington - ma poi prende una svolta inaspettata, risolvendosi in un action movie dalle implicazioni umanitarie. Quindi anche il film pare indossare a sua volta una maschera ingannatrice, che si disgrega attraverso un plot sapientemente intessuto e senza buchi narrativi, dove tutti i nodi alla fine giungono inesorabilmente al pettine. Il vero obiettivo del regista si manifesta per mano del personaggio principale, il rapinatore Dalton Russell/Clive Owen, che tiene le fila del discorso fin dalle secche battute introduttive attraverso cui si dipanano le coordinate ferree del “chi cosa dove quando come” ancora una volta con espliciti rimandi alla scuola di Alfred Hitchcock.

La sceneggiatura del già menzionato Russel Gewirtz snocciola dialoghi da antologia ad alto tasso di ironia e provocazione, vera attrattiva del film.

“Tra poco sarò su un’isola tropicale in compagnia di splendide donne a sorseggiare Piña Colada” esclama in una divertita provocazione il rapinatore/Owen al telefono col detective/Washington, il quale prontamente replica: “Ti accorgerai ben presto che saranno due carcerati a farti compagnia e che quello che stai succhiando non è Piña Colada…”

“E’ meglio vivere a lungo da intolleranti che morire giovani da benpensanti” sentenzia l’agente intervenuto per primo sul posto della rapina, che riserva a sua volta insieme ad altre comparse un inaspettato colpo di scena.

E ancora la battuta del capo della SWAT John Darius interpretato da Willem Dafoe, rivolta a Denzel Washington intento a ordinare al telefono viveri per gli ostaggi su pressione del rapinatore: “Già che c’è, oltre alle pizze ordini anche qualche feretro… Spero che sappia quello che fa!” Infatti il detective Keith Frazier svolge il difficile ruolo di negoziatore con i malviventi e in lotta contro il tempo tenta disperatamente di entrare nella psicologia del misterioso rapinatore per scoprirne i veri obiettivi e prevenirne le mosse, rischiando agli occhi Darius di mettere a repentaglio la vita degli ostaggi.

Un film denso di sorprese dunque, al pari del suo regista che, smessi i panni del cineasta impegnato a difendere i diritti civili di alcune etnie, indossa a sua volta la maschera dell’ironia per sorridere degli stereotipi, come quando enfatizza la reazione quasi isterica di un ostaggio rabbino la cui unica preoccupazione dopo il rilascio è di riavere suo turbante.

©® Annalisa/Aprile 2006
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