ARANCIA MECCANICA
(UK, 1971)
di Stanley Kubrick
Malcolm McDowell
Michael Tarn
James Marcus
Warren Clarke
Sheila Raynor
Philip Stone
Anthony Sharp
Patrick Magee
Adrienne Corri
Godfrey Quigley
Miriam Karlin
Alexander 'Alex' De Large
Pete
Georgie
Dim
Mamma di Alex
Papà di Alex
Ispettore minorile
Mr. Alexander
Mrs. Alexander
Agente di custodia
Miss Weathers della Beauty Farm


La Parabola della Violenza

Da sempre frainteso e aborrito a priori da molti, compreso chi scrive, A Clockwork Orange è un racconto tragicomico senza tempo, tratto da un'opera di Anthony Burgess e ambientato in una grigia e anonima periferia metropolitana di una città qualunque in cui si muovono personaggi avvolti in costumi non riconducibili ad un'epoca precisa, personaggi che si esprimono in un linguaggio in codice (lo slang giovanile inventato dallo scrittore) che alterna valenze criptiche a venature farsesche. Se per un cineasta del calibro di Stanley Kubrick si può parlare di impegno, questo coincide con la perizia tecnica applicata puntualmente ai suoi film, pertanto lo scopo del regista (come pure dell'autore cui Kubrick si è ispirato) non era presagire temibili eventi futuri né redigere una cronistoria dell'epoca contemporanea, ma dimostrare come la violenza possa cambiare pelle per sopravvivere: "Se non puoi combatterli, diventa loro amico". Il sistema fagocita e legittima la violenza dei singoli, non vuole e non può sradicare l'intima essenza della cattiveria umana, l'istinto di sopraffazione con cui anche le vittime riescono a trasformarsi in aguzzini, infierendo su di un (Al)ex stupratore ex violento non appena si presenti loro l'occasione di imbattersi in un individuo messo a sua volta fuori combattimento: su Alex si scatena la voglia di rivalsa e lo spirito di vendetta (e non di giustizia) dei suoi ex compagni e di tutti coloro che avevano dovuto subire le sue sadiche e pervertite angherie.

La storia si dipana su due livelli paralleli: un primo tempo in cui la pacata voce off del protagonista Alexander 'Alex' De Large [doppiato in italiano da Adalberto Maria Merli, n. d. R.] si rivolge direttamente allo spettatore, narrando con ostentato auto-compiacimento i propri crimini e quelli dei suoi Drughi, rappresentati nel background onnipresente della nona sinfonia di Beethoven, ossessione musicale di Alex; un secondo tempo che mostra la metamorfosi della violenza metropolitana in quella del sistema. Se l'istinto vendicativo sviluppato dalle vittime della violenza subita in passato non ha nulla a che spartire con la giustizia, allo stesso modo il sistema punitivo e riabilitativo imposto dalle autorità nasconde dietro la facciata perbenista una strisciante e violenta prevaricazione spacciata per giustizia e legalità.

Tecnicamente perfetto, come per tutti i lavori copyright Kubrick, A Clockwork Orange poggia su una sceneggiatura solidissima, con stacchi quasi bruschi tra una sequenza e la successiva, primi piani tanto ravvicinati da diventare deformanti, calibrati movimenti laterali della macchina da presa per spaziare da un soggetto all'altro di una stessa scena e lenti passaggi all'indietro da un volto in primo piano fino al campo medio o alla totalità del campo lungo. Kubrick spazia da un'invenzione visiva all'altra tramite l'uso impeccabile di ralenti, accelerazioni, grandangoli, carrellate, imprimendo alla pellicola una inimitabile perfezione formale e stilistica. Inoltre la tecnica di ripresa della soggettiva classica, molto adottata dal regista in questo lavoro, procedimento secondo cui la macchina da presa si pone alle spalle del protagonista e lo segue nei movimenti, permette allo spettatore di calarsi completamente nei panni del personaggio, riuscendo a percepire gli sviluppi narrativi filtrati attraverso i suoi occhi.

Anche facendo riferimento a questa tecnica, chi scrive ribadisce tuttavia le sue perplessità sull'empatia suscitata intenzionalmente dal regista verso il drugo Alex, personaggio dipinto in fin dei conti a guisa di "ragazzo deviato ma che all'occorrenza sa sfoderare classe e buone maniere" nei confronti del quale è inevitabile provare simpatia se non addirittura un moto di compassione nel vederlo privato dei suoi istinti e ridotto ad una larva indifesa. Ciò è anche da ascrivere all'interpretazione a tutto tondo di un giovanissimo e magnetico Malcolm McDowell, esploso in questo film e poi inghiottito in ruoli secondari di film minori o di lavori prettamente televisivi, forse anche per aver legato per sempre la sua immagine e la sua espressione volutamente delirante al personaggio di Alex il Drugo. Il rischio di queste operazioni cinematografiche ad ampio respiro e ad elevata valenza artistica è spesso quello di generare una sorta di empatia - voluta oppure no - nei confronti di caratteri che dovrebbero suscitare ribrezzo ma che, per una serie di motivi, non in ultimo l'interpretazione, possono invece risultare pericolosamente accattivanti, specie per un pubblico di giovanissimi già sul filo della turbolenza sociale. Non a caso ancora oggi si assiste a squallidi e aberranti fenomeni di emulazione della banda dei Drughi e proprio a causa del suo potenziale di pericolosità il film fu all'epoca proibito in Gran Bretagna e poi ritirato dallo stesso Kubrick. L'intento del regista era forse quello di dimostrare, passando attraverso l'opera di Burgess, che la violenza genera violenza, che chiunque ne venga a contatto finisce per esserne contaminato in modo irreversibile; ma con tutta probabilità, Kubrick non aveva previsto le conseguenze dell'impatto emotivo su una fetta di pubblico giovanissimo.
Le sequenze carcerarie paiono porre in atto una feroce satira a valenza universale del sistema burocratico, incarnato da un agente di custodia che si muove con gesti cadenzati e meccanici e parla con un'enfasi delirante che rimanda al Führer, mentre funzionari di polizia, ispettori giudiziari e sacerdoti appaiono a loro volta come tragicomiche pedine di un sistema carcerario volto all'apparente riabilitazione dei detenuti. In tale squallido contesto, ad Alex non riesce difficile sfoderare con studiata malizia gesti educati, buone maniere e rigida osservanza delle regole, nella speranza di ottenere una piena riabilitazione che gli permetta di lasciare il carcere.

Ulteriore perplessità attiene al sospetto di compiacimento sadico da parte del regista (misogino e poco attento all'universo femminile, come dimostra la maggior parte dei suoi lavori) nel filmare le scene degli stupri, che appaiono tuttavia quasi edulcorate e patinate, se poste a confronto con le immagini violente sempre più esplicite che imprimono alcune pellicole di (pessimo) cinema contemporaneo.

©® Annalisa/Febbraio 2006
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