A HISTORY OF VIOLENCE
(U.S.A. 2005)
di David Cronenberg
Viggo Mortensen
Maria Bello
Ed Harris
Ashton Holmes
William Hurt
Peter MacNeill
Heidi Hayes
Tom Stall
Edie Stall
Carl Fogarty
Jack Stall
Richie Cusack
Sceriffo Sam Carney
Sara Stall


Le Identità Nascoste

Il sipario si alza su una lentissima sequenza di ordinaria criminalità, che vede i due protagonisti muoversi con gesti calmi in un ritmo volutamente sospeso e cadenzato. Poi la scena si sposta sul sogno americano incarnatosi nelle abitudini della famigliola modello, che Cronenberg rende appositamente tanto sdolcinate quanto stucchevoli e imbarazzanti.

Il padre di famiglia, Tom Stall (Viggo Mortensen) - il cui nome pare già suggerire una situazione calcificata e stagnante, uno stallo ipoattivo, un punto morto - è adorato dalla giovane moglie Edie (suo ideale contraltare grintoso e iperattivo) amato dalla figlia minore ed emulato dal figlio primogenito Jack. Come il padre, Jack appare mite e sottomesso alle spietate leggi del più forte - che nel caso specifico assume le odiose sembianze del compagno di classe fighetto e superbullo - contro la cui spocchiosa arroganza il giovane nulla può se non dichiarare la propria inferiorità.

Dopo una manciata di sequenze introduttive, i due malviventi della scena di apertura ricompaiono, irrompendo nella tranquilla cittadina di provincia in cui si svolge la storia, che all’improvviso prende una svolta drastica, una violenta impennata che coglie alla sprovvista come un pugno nello stomaco. Lo stesso pugno che il mite e rispettato cittadino Tom Stall assesta inaspettatamente al volto del criminale che tenta di derubarlo e di stuprare la cameriera del suo locale.

Stall reagisce alla violenza con altrettanta violenza, amplificata e portata alle estreme conseguenze. Da quel momento, la vita di Tom Stall non sarà più la stessa: il paese dell’Indiana lo acclama hero of the day, tutte le emittenti televisive fanno a gara per accaparrarsi interviste esclusive da trasmettere in diretta TV.

La svolta filmica è spunto narrativo per evidenziare la vera personalità del mite Tom Stall, l’identità sopita, tenuta gelosamente segreta e sepolta nelle stesse pieghe dell’inconscio, pronta a riemergere dalle nebbie del passato per travolgere la quieta routine familiare e sconvolgerne l’intima sostanza, che da quel momento non potrà mai più essere la stessa. Le infantili schermaglie amorose dei due coniugi si trasfigurano dunque in una passione violenta che lascia il segno.

Lo splendido cameo di Ed Harris è emblematico del messaggio che Cronenberg - fedele alla sceneggiatura di Josh Olson, a sua volta basata sul racconto a fumetti omonimo di John Wagner - vuole trasmetterci anche in questa sua ennesima prova registica: la violenza è parte integrante della natura umana, è insita in ognuno di noi e tende a prendere il sopravvento sulle nostre quiete esistenze, a distruggere in un attimo l’illusione di un american dream solo abbozzato nelle nostre menti.

La mosca che si dimena contro il vetro della finestra, cercando una via d’uscita che non può trovare mentre all’esterno esplode l’ennesima violenza, è emblema della condizione del protagonista, prigioniero di una trappola cui suo malgrado non può sfuggire.
Il mite primogenito Jack Stall – incoraggiato dall’esempio paterno – trova la forza di reagire ai soprusi del compagno in una spirale di violenza esasperata dalla rabbia e rappresentata in modo crudo e diretto dal regista: «In questo film volevo che la violenza fosse realistica e brutale, così come potrebbe essere quella di una rissa per strada. Tutto fuorché coreografica, perché se uno combatte cerca di essere efficace, non bello». L’esatto opposto della rappresentazione estetizzante della violenza cui fa spesso ricorso il cinema orientale contemporaneo.

Splendida anche l’apparizione del redivivo William Hurt, che gigioneggia calandosi nel proprio personaggio con sottile maestria e regalandoci una sequenza indimenticabile.

Chi scrive non ha mai particolarmente amato Cronenberg con le sue nevrosi a buon mercato; tuttavia, per quanto attiene a questo progetto in origine non suo, ma poi divenuto - secondo le parole dello stesso regista - «più personale di altri», - bisogna ammettere che il controverso e tormentato cineasta canadese ha fatto centro con stile sia nell’animo umano sia in quello cinefilo.

Fonti
Il Segno Della Violenza, di Mauro Gervasini
Articolo pubblicato a pagina 14 del settimanale FILM TV – ANNO 13 – N°50

©® Annalisa
Dicembre 2005
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