CONFIDENZE TROPPO INTIME
(FRANCIA, 2004)
di Patrice Leconte
Sandrine Bonnaire
Fabrice Luchini
Michel Duchaussoy
Anne Brochet
Gilbert Melki
Laurent Gamelon
Hélène Surgère
Anna
William Faber
Dr. Monnier
Jeanne
Marc
Luc
Madame Mulon

William Faber, consulente finanziario mite, timido e impacciato, che ha ereditato studio e professione dal padre ed è sempre vissuto in una grigia e metodica quotidianità a contatto con un’anziana segretaria che lo tratta quasi come un figlio, nel tardo pomeriggio di un giorno come tanti, quando la segretaria ha già terminato il suo turno, riceve la visita di una giovane donna attraente che lo implora di riceverla anche senza appuntamento.
Anna inizia a confidargli particolari intimi e personali di una tormentata relazione coniugale con un uomo che soffoca ogni suo slancio vitale ma di cui tuttavia è innamorata. Solo quando la donna fissa un appuntamento per alcune sedute terapeutiche, William si accorge del malinteso. Anna ha suonato alla porta del suo studio invece di recarsi dallo psicoterapeuta che esercita sul suo stesso pianerottolo.
L’uomo non riesce subito a dissipare l’equivoco, anche perché intimamente non vuole chiarire il malinteso, sentendosi attratto dalla bella e fragile Anna e temendo inconsciamente di perdere ogni sua traccia.

William a sua volta si confida con la ex moglie Jeanne, che ha una relazione con uno strafottente salutista pur continuando a frequentare William perché prova per lui un tenero e malcelato affetto. William si ripromette di chiarire l’equivoco in occasione del successivo appuntamento con la giovane donna, ma la sua innata gentilezza e l’intimo timore di non rivederla mai più prolungano il malinteso. Fino a quando la settimana successiva, telefonando allo studio dello psicanalista, la donna si accorge dello sbaglio e si ripresenta dal sempre più stralunato fiscalista per sbattergli in faccia tutto il suo doloroso disappunto.

Ma anche Anna si sente attratta da William, dalla sua naturale disponibilità e pazienza, da un’innata capacità di ascoltare. Per questo ritorna sui suoi timidi e incerti passi e la bizzarra coppia continua a intessere in un’eccitante quanto pudica clandestinità un rapporto intriso di rivelazioni sempre più intime. Mite e gentile, William riceve Anna ogni volta senza appuntamento, suscitando il malcelato disappunto della segretaria.

Da questo spunto esile - ma al contempo intrigante - si dipana una storia delicata e a tratti inverosimile, dove i due protagonisti mettono a nudo se stessi, facendo emergere a poco a poco ogni nascosta piega della loro intimità, ogni debolezza, ogni malcelata fragilità. Gradatamente l’incontro assume proprio i connotati di una costruttiva seduta psicanalitica, nel corso della quale ciascuno aiuta l’altro a superare i propri conflitti e a far luce sulla propria triste realtà.

Dopo L’Homme Du Train, Patrice Leconte ci propone ancora una volta l’incontro tra due anime, due sguardi, due mondi lontani eppure in perpetua ricerca l’uno dell’altro. Due opposti che si attraggono, si cercano, si sondano, si compensano. Fino allo scontato ma inevitabile epilogo.

Come nell’antecedente pellicola L’Homme Du Train, emergono significative figure di contorno in una delineata connotazione emblematica. Nel film citato era la commessa petulante, qui la portinaia impicciona che giudica con lo sguardo il suo prossimo tra una puntata e l’altra di una soap televisiva. Nell’opera precedente risaltava la figura della fidanzata ipocrita e pudica, qui campeggia il cameo dello psichiatra che analizza William mentre gli elargisce consigli a pagamento. Là era il fidato giardiniere, qui ritroviamo una segretaria affettuosa ma un po’ troppo invadente.

Le caratterizzazioni di Leconte non rappresentano il solo punto di forza della sceneggiatura, curata da Jérôme Tonnerre. Leconte riesce a creare atmosfera e suspense con pochissimi mezzi, strizzando l’occhio al voyeurismo hitchcockiano de La Finestra Sul Cortile. La fotografia sottolinea i passaggi salienti del plot, sfocando le immagini-chiave di una donna che pare allontanarsi e perdersi per sempre nelle cupe ombre del suo vissuto, per poi ritornare quasi di prepotenza, squarciando a sua volta il sottile schermo di difesa di un perdente che alla fine ritrova se stesso.
I due protagonisti raggiungono una sfera d’intimità reciproca priva di falsità e d’ipocrisia, allo stesso modo in cui nel già citato L’Homme Du Train due estranei si riconoscevano l’uno nell’altro dando vita ad un’amicizia per una volta autentica e sincera.
In un primo tempo, Anna si sente come violentata da un estraneo che per sbaglio conosce ogni suo più intimo segreto, sebbene William non la sfiori neppure una volta e mantenga le distanze con formale ma non affettata cortesia. Ma poi è Anna a violentare l’esistenza di William, fragile e vulnerabile come i vecchi giocattoli che il grigio contabile conserva con cura quasi maniacale. Mette a nudo limiti e debolezze di un uomo che si aggrappa ad un passato di perdute certezze, spronandolo a dare una svolta definitiva e coraggiosa alla sua grigia e anonima esistenza, a “tagliare il cordone ombelicale” che lo tiene legato ad un vissuto di statici e sterili ricordi, per creare il vitale substrato su cui costruire il presente e proiettarsi nel futuro.

©® Annalisa
Gennaio 2005
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