IL CARTAIO
(ITALIA, 2004)
di Dario Argento
Stefania Rocca
Liam Cunningham
Claudio Santamaria
Antonio Cantafora
Fiore Argento
Silvio Muccino
Anna Mari
John Brennan
Carlo Sturni
Commissario Marini
Lucia Marini
Remo

Non è unicamente per puro spirito polemico che mi sento ancora di contraddire le critiche correnti sul nuovo lavoro del nostro cineasta dell’orrore. Senza ombra di dubbio la versione in inglese doppiata in italiano per esigenze di esportazione lascia a desiderare per la qualità del doppiaggio stesso, che a tratti ridicolizza i personaggi.

Concordo sulla schematizzazione dei caratteri, resi alla stregua di macchiette senza spessore psicologico, ad esclusione della protagonista interpretata dalla pur brava Stefania Rocca. Tuttavia bisogna considerare che qualunque thriller che si rispetti privilegia la storia nel suo sviluppo denso di pathos, spesso a discapito della delineazione psicologica dei personaggi.
La regia  impeccabile tesse una tela ad alta tensione che intrappola lo spettatore in un frenetico dipanarsi di scene mozzafiato, senza negare momenti altamente ispirati come la sequenza a casa della protagonista o l’inseguimento del ragazzo - un Silvio Muccino che incarna la tipica faccia argentiana in una sorta di giovanissimo David Hemmings.

Potrei affermare con tranquillità e senza pentimenti che il Nostro abbia composto un’intrigante sinfonia macabra, il cui Leitmotiv si esplica nella partita virtuale a poker, prima tra la polizia e l’assassino, che se vince uccide le vittime senza alcuna pietà, per poi trasformarsi in una sorta di crudele roulette russa nel livido e tesissimo finale, degno di un Argento tornato in stato di grazia.

Io non rimpiango affatto “NonHoSonno”, quello sì invero lugubre e inutile pasticcio di un Argento suo malgrado addormentato.
Ne “Il Cartaio” il maestro del brivido pare essersi svegliato da un interminabile letargo, facendo sospirare i suoi spettatori più fedeli ma limando sensibilmente gli artigli nelle sequenze più agghiaccianti, che da sempre connotavano le sue opere di un marchio indelebile.

Le scene più violente vengono girate fuori campo oppure sono rese meno dure dalla dissolvenza, riducendo la struttura del film all’essenziale trama di un intenso giallo.

In fondo, a ben riflettere, tutti i suoi lavori sono riconducibili all’impronta del thriller puro, dove l’assassino è sempre il meno sospettabile in conformità al tipico cliché da romanzo giallo, che mi sento di perdonargli.
“Profondo Rosso” ad esempio, il film di Argento che preferisco in assoluto, a mio avviso sarebbe stato un ottimo giallo se prosciugato dalle sequenze di raccapricciante violenza in puro stile anni ’70.

Per la verità anche ne “Il Cartaio” il regista ci regala qualche sequenza raggelante, stemperata tuttavia in una forse senile ma più riflessiva partecipazione.

In conclusione potrei dire – sempre senza pentimenti di sorta – che il nuovo millennio abbia svegliato un Argento Vivo, sempre graffiante ma meno aggressivo, andando a vantaggio della storia – la vera protagonista di ogni film giallo degno di questo nome.

©® Annalisa/Gennaio 2004
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