PINOCCHIO
(ITALIA, 2002)
di Roberto Benigni
Roberto Benigni
Nicoletta Braschi
Carlo Giuffré
Kim Rossi Stuart
Beppe Barra
Mino Bellei
Max Cavallari
Bruno Arena
Luis Molteni
Alessandro Bergonzoni
Corrado Pani
Pinocchio
La Fata Turchina
Geppetto
Lucignolo
Il Grillo Parlante
Medoro
Il Gatto
La Volpe
Omino Di Burro
Mangiafuoco
Giudice

Sulla scia del grande successo de La Vita è Bella [Sezione Storico], Benigni ci propone la sua ultima fatica, un’opera ambiziosa che ha saputo suscitare grandi aspettative. E in effetti, durante la visione di Pinocchio, il pensiero corre spesso alla sua opera precedente, come corre inevitabilmente alle precedenti versioni, quella televisiva di Comencini e al classico, intramontabile disegno animato di Casa Disney.
Il pensiero corre e la mente cerca di capire che cosa non quadri in una pur limpidissima rappresentazione il più possibile aderente al testo di Carlo Lorenzini e che pure attua molte omissioni (Mastro Ciliegia e alcuni personaggi di contorno) nonché riduzioni e modifiche della trama per ovvi motivi di brevità.
La fotografia di Dante Spinotti conferisce luminosità e spessore al film al pari delle sontuose scenografie e degli splendidi costumi, entrambi realizzati dallo scomparso Danilo Donati, mentre non altrettanto si può dire della monocorde recitazione cui ci ha abituati Nicoletta Braschi.
Si ha come l’impressione che i pur fiabeschi personaggi di Lorenzini siano stati ridotti alla stregua di ridicole macchiette e che lo stesso Benigni reciti imprigionato in un ruolo da finto bambino che non gli permette di esprimere al meglio il suo dirompente talento comico. L’attore toscano piagnucola per tutta la durata del film con una voce fintamente infantile nella quale egli stesso stenta a riconoscersi e che alla fine risulta insopportabilmente stucchevole.
I tanto reclamizzati effetti speciali si riducono a semplici artifizi artigianali, oltretutto applicati in momenti ove l’effetto risulta oltremodo superfluo e ignorati nei passaggi chiave ove sarebbero stati preziosi, per esempio durante le trasformazioni tipiche di una fiaba, perché come tale è stato reso il film.
La scena all’interno della balena o pesce cane che dir si voglia, che ad esempio nella versione disneyana aveva un taglio spettacolare e costituiva la chiave di volta dell’intera storia, qui viene ridotta ad una brevissima sequenza che finisce col diventare inutile, superflua e svuotata di tutta la sua valenza drammatica.
La trasformazione di Pinocchio e Lucignolo in ciuchini è ridicola, mentre è inesistente quella fondamentale che sancisce il passaggio da burattino a ragazzo maturo e responsabile, qui risolta in chiave comica con venature ironiche.

Forse la versione di Benigni avrebbe funzionato molto di più a teatro, complici i grandi attori da lui impiegati (Carlo Giuffrè, Corrado Pani e Beppe Barra).
Anche i Fichi D’India e Alessandro Bergonzoni sarebbero stati più a loro agio sul palcoscenico piuttosto che sul grande schermo.

Se proprio vogliamo dare un merito alla pellicola di Benigni dobbiamo riconoscerne la coraggiosa onestà, la sottile ironia, la malinconica poesia e il messaggio più moderno, meno moralista rispetto al testo di Lorenzini.

Nel complesso “Pinocchio” risulta un’occasione mancata, che rischia di non entusiasmare né adulti né bambini. Alla prossima, Benignaccio!

©® Annalisa/Ottobre 2002
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