LE CHIAVI DI CASA
(Italia/Francia/Germania 2004)
di Gianni Amelio
Kim Rossi Stuart
Andrea Rossi
Charlotte Rampling
Alla Faerovich
Pierfrancesco Favino
Gianni
Paolo
Nicole
Nadine
Alberto

Dopo essersi rifiutato per anni di vedere il figlio portatore di handicap (uno straordinario Andrea Rossi) in seguito ad un parto travagliato che causò la morte della giovane moglie, Gianni (Kim Rossi Stuart) decide di incontrarlo e gradualmente instaura con lui un rapporto delicato, fatto di piccole grandi attenzioni ma anche di simpatia, che lo porterà alla totale accettazione del figlio e alla volontà di riscattarsi dalle proprie colpe, donandogli l’affetto che per troppo tempo gli aveva negato.

Pellicola decisamente furba quella di Gianni Amelio, che dichiara di aver realizzato «un film antitelevisivo che non indulge nelle lacrime per il caso umano, nel compiacimento, nel pietismo» mentre invece il risultato finale è la brutta copia di Shine di Scott Hicks, clone sbiadito e strappalacrime che lascia risaltare la recitazione naturale e la simpatia del pur bravissimo (e sprecato) Andrea Rossi e naturalmente la classe di Charlotte Rampling, che tesse un cameo a tutto tondo e lo trasforma nel personaggio portante di tutto il film.

L’ambientazione in Germania offre lo spunto al regista per delineare una situazione d’incomunicabilità con l’esterno al fine di isolare i due protagonisti e focalizzarne i drammi incrociati, ma anche e forse soprattutto per dare libero sfogo ai suoi pregiudizi anti-teutonici.
Ad ogni tentativo di comunicazione dall’esterno viene ripetuta meccanicamente la frase: “Mi dispiace, non parlo tedesco” pronunciata con occhi sgranati e accento romanesco dando per scontata e giustificata l’ignoranza della lingua tedesca, quasi ci si aspettasse che i tedeschi parlassero la nostra lingua a casa loro.

Amelio dipinge gli ospedali tedeschi alla stregua di moderni Lager dove la fisioterapista-aguzzina sottopone il povero Paolo ad estenuanti esercizi-tortura, da cui Gianni - finalmente ravveduto e pentito – lo allontana in uno slancio di ribelle umanità.

La contrapposizione tra bambini che corrono liberi mentre Paolo è costretto ad una mesta e rassegnata inferiorità è continua, martellante, ossessiva, quasi a ricordarci in ogni fotogramma che Paolo (che pure accetta lo stato delle cose con rassegnata e ironica filosofia) non è normale perché non può correre, non può giocare, non può innamorarsi come fanno i suoi coetanei sani.

La fissità dello sguardo di Kim Rossi Stuart è insostenibile e la noia insopportabile.

Con le migliori intenzioni, Amelio confeziona un film lento, noioso, piatto, che regala qua e là qualche timido sorriso imbarazzato, come quelli del giovane padre posto di fronte ad una tragedia che lo sovrasta suo malgrado.

©® Annalisa/Ottobre 2004
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