L’UOMO DEL TRENO/L’HOMME DU TRAIN
(Francia/Germania/UK/Svizzera 2002)
di Patrice Leconte
Jean Rochefort
Johnny Hallyday
Isabelle Petit-Jacques
Véronique Kapoyan
Monsieur Manesquier
Milan
Viviane
Fornaia


Forma e Vita

Verde è il parco che circonda la casa antica di chi ha saputo intessere un passato, vive immerso nei propri solitari ricordi e desidera una vita mai vissuta.

Di bianco risaltano la veste del barbiere che si accinge all’ultima rasatura, le piastrelle rilucenti delle pareti di un ospedale, il camice del medico che alla fine si tinge di rosso.

Blu sono gli occhi di chi si sente alla deriva e vorrebbe cancellare il proprio passato per tracciare i contorni netti di una nuova esistenza.

Due uomini s'incontrano per caso in una cittadina della provincia francese.
Il più anziano vive in una casa antica e sogna una vita mai vissuta.
Il più giovane è un forestiero inquieto e insoddisfatto, angosciato dalle proprie scelte.
Il primo si sente giovane dentro e vorrebbe imprimere alla propria solitaria esistenza una svolta avventurosa e rischiosa.
Il secondo sente in qualche modo di aver “sbagliato vita” e vorrebbe fermarsi ad assaporare le piccole grandi cose che il vortice frenetico della sua esistenza ai margini non gli ha mai permesso di apprezzare.

Il vecchio giovane deve subire un delicato intervento dal quale dubita che uscirà vivo e invidia il giovane vecchio che sta per rapinare la banca locale.
Ognuno prova invidia per la condizione dell'altro, rimpianto per ciò che non è stato e che avrebbe potuto essere.

Il desiderio di scambiarsi le vite li rincorre fino alla trasfigurazione onirica.
Se Pirandello avesse girato un film lo avrebbe diretto esattamente come Leconte, mettendo a confronto le contrapposte personalità dei due splendidi protagonisti - un brillante Jean Rochefort in perenne stato di grazia e un intenso e sorprendente Johnny Halliday - delineandone le paure, le angosce, i silenziosi rimpianti.

Tra i due uomini nasce un sentimento di amicizia per una volta autentico, che li spinge a rifiutare qualsiasi ipocrisia verso gli altri e verso se stessi.
La feroce ironia del destino impedisce loro di estinguere il tragico contrasto tra forma e vita, tra apparenza e sostanza.

La facciata esteriore, perbenista o anticonformista che sia, soffoca la vera essenza di ognuno di noi e genera un rimpianto irreversibile per ciò che avremmo potuto essere, per la vera vita che avremmo potuto condurre.

©® Annalisa
Dicembre 2002
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